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La polemica

Ingroia reo di libero pensiero


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, Cronaca
(rp) Questa è una strana Italia che confonde governo e Stato, pubblico e privato, libertà e arroganza. E' un'Italia che, in parte, si indigna se un magistrato dice la sua su una materia che lo riguarda direttamente, perché attiene agli strumenti del suo lavoro. Basta questo per farne un traditore della Repubblica? A sommesso parere di chi scrive, no. Quando mai il pensiero è un peccato in democrazia? Lo sarebbero l'infedeltà alla legge, il sabotaggio del codice, la rivolta all'imperio della norma. Quando mai è una scelleratezza esercitare le prerogative di una responsabile cittadinanza attiva? Qui abbiamo Antonio Ingroia, colto nel frangente di un'idea. Spulciando la questione a destra o a sinistra, su e giù, non riusciamo proprio a individuare la sua colpa. Ha forse gettato una cappa di disonore sulle istituzioni, esercitando una critica possibile, il giudice che fu compagno di strada di Paolo Borsellino? No. Né l'esposizione mediatica lo renderà meno bravo, onesto e capace, nella sua professione.

Proprio Borsellino, in una occasione ufficiale, a un collega che gli intimava il silenzio in nome di una generica continenza, rispose nella maniera giusta. Disse che i problemi di rilevanza pubblica devono essere discussi pubblicamente. O vogliamo che l'opinione comune sia influenzata a senso unico? C'è sempre bisogno di un diverso parere. Antonio Ingroia scriva i libri come vuole e dica ciò che pensa. Noi valuteremo le sue prese di posizione serenamente. Ma non lo riterremo colpevole di attentato alla Costituzione.


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