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Il suicidio per il bambino ferito

Storia di Giuseppe, volato dal ponte


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, Cronaca
Ecco come sono andate le cose. C'è un bambino che gioca a pallone, in via Capitano Basile, una parallela di corso Calatafimi. Giuseppe Mario Parisi, ventuno anni, è alla guida della sua Smart. Sono le sette di una sera tranquilla.  Il piccolo gioca a pallone con altri, alla luce dei lampioni, con l'odore della primavera intorno. Nei verbali dei carabinieri, giustamente rispettosi della minore età, restano gli anni e le iniziali: A.C., dieci. Il ragazzo della Smart è un grande lavoratore. Presta servizio in un bar di via Oreto. Conosciamo qualcuno che l'ha conosciuto. Giuseppe fa le consegne a domicilio. Porta il caffè, ogni mattina, a un commerciante della zona che adesso dice di lui: "Una persona gentile, affabile. Insieme col caffè ci regalava sempre la sua allegria". E' la verità, non il peloso cordoglio del lutto.
Tutto si incontra e scoppia in un attimo in via Capitano Basile. I vigili urbani in casi del genere mettono a verbale che "la dinamica è ancora da chiarire". L'auto di Giuseppe investe A.C.. Non ci sono segni di frenata sull'asfalto. L'impatto consueto e tragico tra una macchina e un calciatore in erba che rincorreva il suo pallone? Si sa con precisione solo quello che accade dopo. Si sa che Giuseppe Mario, solo "Giuseppe" come lo chiamavano, era amico del padre del bambino.

Giuseppe Mario Parisi riparte. Non si ferma.  Comincia il suo viaggio nell'incubo e nel rimorso. C'è una scena da film che viene in mente. Quando in "Notte prima degli esami", Vaporidis lascia il motorino senza benzina e attraversa mezza Roma di corsa, per raggiungere una donna. Lo stesso sudore. La stessa faccia contorta e tesa e un paio di scarpette saettanti. Ma quello è un film e dietro c'è la trama di una storia d'amore. Qui c'è altro. Il ragazzo allegro che consegna a domicilio caffè e chiacchiere è distrutto, colpito a morte nella bontà del suo cuore. I carabinieri nel comunicato stampa parleranno di "raptus di senso di colpa".

Il personale del Baby Luna, a un passo da Ponte Corleone, vede piombare la Smart. La vede fermarsi accanto alla balaustra. Lampeggiano le quattro frecce.  Si apre lo sportello. Scende un giovane palesemente agitato. E' Giuseppe Mario Parisi. Non c'è nemmeno il tempo di abbozzare qualcosa. Il salto nel vuoto è veloce.
Arriveranno carabinieri e ambulanza. Ma prima si svolge il rito morboso della curiosità. Le macchine si ammassano a decine su Ponte Corleone, quando si capisce l'accaduto. I palermitani sciamano a frotte, attirati dal sangue. Guardano giù. C'è chi scatta foto col telefonino allo strapiombo. C'è perfino chi ride.  Ponte Corleone è un luogo elettivo per i suicidi. E' talmente rinomato che ci si chiede perché mai nessuno abbia pensato di alzare una rete di protezione. Domande oziose a Palermo.

I palermitani conoscono la fama sinistra del Ponte. Ci sono abituati. Però, uno che si ammazza dal vivo, in diretta... E' come staccare un biglietto contro la noia. La gente non sa del viaggio di Giuseppe Mario, del suo tormento. Non sa che si è annullato per il terrore di avere ammazzato un bambino, il figlio di un amico, ricoverato in gravi condizioni.  Non sa nemmeno di chi sia il corpo sfracellato qualche metro più sotto. Un giorno, in una redazione un fotografo consegnò l'immagine impubblicabile di una donna che si era uccisa nel medesimo luogo, nel medesimo modo. Scalcagnata, impolverata, disfatta. Un piede senza scarpa. Un rivolo di sangue dal naso. Il suicidio è una cazzata per tanti motivi, anche perché non è mai nobile, come uno se l'immagina. E' squallido, bruttissimo a vedersi.

Ecco i carabinieri, finalmente. Gli sciacalli del Ponte sono pregati di allontanarsi. Hanno rovistato abbastanza nel dolore di Giuseppe. Al Baby Luna riprende la vita di sempre. Le chiacchiere eccitate dei clienti si spegneranno a poco a poco. L'aroma dell'espresso si mischia all'odore della primavera. Quanti caffè, signori?

(ha collaborato Roberto Immesi)


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