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Speciale Crisi libica

L'uomo degli incubi
che abbiamo amato


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gheddafi, Cronaca
Il Colonnello Gheddafi preme sulla psiche fragile dell'Occidente: "Il Mediterraneo sarà un campo di battaglia, vi colpiremo ovunque". Sono le frasi vomitate in video dal raìs dato sempre in declino e sempiternamente resuscitato. Abbiamo attraversato diverse fasi psicologiche nei confronti di questa belva maleodorante, dalla rabbia fino a un morboso e inconfessabile amore. Ci intimorì ai tempi dei missili. Via via, il sentimento popolare si è modificato. L'aspetto folcloristico di un assassino su vasta scala, nella percezione, ha preso il sopravvento sul suo cuore di tenebra.

Certo, Gheddafi continuava i suoi massacri in patria. Ma era circondato da un alone di simpatia quando si ergeva come unico baluardo contro l'immigrazione selvaggia e le deriva islamica estremista. Un brutale e necessario custode delle nostre cose, un campiere che non va troppo per il sottile, cui nulla domandare, finché cura gli interessi di casa. E pazienza se i metodi farebbero arrossire un tagliagole. Basterebbe questo per descrivere l'incoerenza occidentale, italiana in primis. Mandiamo i soldati in contrade lontane, addirittura con il compito vano di esportare la democrazia. Tuttavia, se il tiranno è alle porte di casa, volgiamo il viso altrove, perché pensiamo che egli sia il garante della nostra tranquillità. E' una serenità, oltretutto presunta, bagnata dalle grida degli innocenti? Chi se ne frega.

Ora, paghiamo la giusta sanzione in paura e violenza alla legge del contrappasso. I comici capelli stopposi di Gheddafi si sono rivelati nella loro crudezza come i tentacoli di Medusa. Il folclore sta diventando rapidamente orrore. Il risveglio dalla cecità che si sapeva fragile è brusco e doloroso. Abbiamo baciato la mano incrostata del mostro. Come è stato possibile non avvertire al contatto l'odore del sangue?


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