Live Sicilia

Riflessione sulle sue prigioni

Le due Sicilie estremiste
che assolvono e odiano Totò


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Perché un cronista di valore come Riccardo Lo Verso indaga con profitto sulle giornate a Rebibbia di Salvatore Cuffaro? Voyeurismo carcerario? Gusto morboso da ex potente in catene? Sostegno surrettizio a colui che regnava, per procacciarsi qualche benemerenza tra i suoi amici a piede libero? Forse, nella bella inchiesta di Lo Verso per "S" c'è solo un'antica virtà che ancora oggi distingue il giornalismo dalla superficialità. C'è la necessità di raccontare una storia con i mezzi espressivi adeguati, intanto perché è significativa e poi perché può risultare perfino utile.

La lezione della parabola di Cuffaro è esemplare. Siamo davanti al cammino di un uomo che ha comandato, ha sbagliato su un registro gravissimo, reso ancora più inemendabile dal suo ruolo e, infine, ha accettato la galera come un dovere. Nella rivendicazione di un favoreggiatore, mai contraddetta, la condanna all'oblio è percepita come l'obbligo ultimo e istituzionale di un uomo che si ritiene innocente. Per noi, è il sacrosanto epilogo, il prezzo da pagare per l'espiazione di una colpa certificata. Ma - lo scrivevamo - anche nei passi di un colpevole c'è, suo malgrado o per volontà del medesimo, un tesoro da custodire. L'atteggiamento del detenuto Cuffaro Salvatore ci mostra una umanità, nel chiuso di un carcere, che ha le sembianze dell'utile di cui si parlava prima. C'è un promettente e fin qui riuscito sentiero di rieducazione spirituale e materiale in una galera italiana. Già questa è una notizia colossale, che si irradia dai ceppi di un ex padrone della politica, per dare speranza al più anonimo dei detenuti nella più anonima cella. Da prigionieri di una colpa, è lecito ricominciare a vivere dentro una trama diversa, perché non finisce tutto con la catena. Molto dipende dalle condizioni di detenzione, è vero. Ma noi pensiamo che tanto ancora riguardi l'anima e i suoi derivati: il coraggio e il cuore.

Purtroppo, alcuni lettori hanno perso allegramente l'occasione per una riflessione densa e costruttiva. Lo schema è noto: si accusa di volere favorire Cuffaro (e non si vede come si potrebbe) con l'indulgenza. E si accusa, nell'emisfero opposto, di tormentare un vinto verghiano, con un'attenzione spropositata. Si manifestano qui due Sicilie estremiste. C'è una Sicilia della forca, non soddisfatta dalla giustizia, famelica, tesa alla ricerca di una vendetta da lanterna, sapone e corde. C'è una Sicilia troppo benevola e moralmente primitiva che non si limita a volere bene (meccanismo personale e segreto, degno di rispetto) al piegato Totò Cuffaro. Argomenta, si arrampica sugli specchi per assolverlo, a dispetto della Cassazione,  per accreditare un reo dello status di vittima. Anche questo secondo paragrafo ci risulta indigesto. Non siamo forcaioli, ma nemmeno ciechi.


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