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Da Gheddafi a Gheddafi:
lo strano destino di Lampedusa


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, Cronaca, S
A Lampedusa dicono: “Gheddafi è come l’Etna”. In queste settimane, l’Etna libico sussulta, trema, vacilla, prossimo al collasso. L’Etna di Lampedusa sembra lontano, a trecentocinquanta chilometri dalle coste dell’isola più meridionale d’Europa. Ma l’effetto dell’eruzione è già evidente: le barche di migranti approdano notte e giorni, avanguardia di un esodo che potrebbe essere biblico.

Strano destino quello di Lampedusa: legato più agli umori di Gheddafi che a quelli dei governanti italiani. Le sorti dell’economia dell’isola, il suo futuro turistico, sono in mano al colonnello che per quarantadue anni ha governato sulla Libia. Capriccioso destino: le minacce di Gheddafi, l’eventuale crollo rovinoso del suo regime, potrebbero cambiare il volto dell’isola in provincia di Agrigento. Eppure, gran parte del suo successo turistico, quel boom che in venticinque anni ha affollato l’isola di turisti – ma anche di brutture edilizie, speculazioni disinvolte, accoglienza approssimativa – è stato innescato proprio da Gheddafi.

Mancano pochi minuti alle cinque del pomeriggio del 15 aprile 1986 quando i lampedusani vengono allarmati da due boati. Due boati che fanno scappare la gente da casa, in cerca di rifugio nelle campagne attorno al paese. La storia ufficiale parla di due missili Scud di fabbricazione sovietica lanciati dalla Libia contro Lampedusa che, secondo le prime ricostruzioni, sarebbero caduti in mare, a due chilometri dalle coste. Bersaglio degli Scud, dicono i primi dispacci, è il centro Loran della guardia costiera statunitense, preso di mira dal colonnello Gheddafi in risposta al raid aereo americano su Tripoli del giorno prima che distrugge le residenze del dittatore libico, ma non riesce ad ucciderlo.

A distanza di anni, molti hanno sollevato dubbi sull’effettivo lancio di quei due missili: è probabile che siano stati puntati in modo da non colpire l’isola, ma come azione dimostrativa. Ma il punto non è questo. Il fatto cruciale che dopo quel lancio di missili, grazie all’attenzione della grande stampa nazionale su Lampedusa, l’isola fu “scoperta” dagli italiani. Se fino ad allora Lampedusa era un posto frequentato solo da romantici fricchettoni, da naturalisti audaci, da studenti agrigentini a corto di soldi, da campeggiatori al risparmio, improvvisamente sul’isola cominciarono ad arrivare i milanesi, i romani, i torinesi. E Lampedusa diventò una meta turistica.

Se non ricordo male, dalle pagine del Corriere della Sera, il giornalista Luca Goldoni, dopo i missili, invitò tutti ad andare in vacanza a Lampedusa, in segno di solidarietà. La primavera della paura sfociò nella prima estate di turismo di massa a Lampedusa. Certo, Gheddafi non aveva messo in conto questo risvolto del suo attacco all’isola più a sud d’Europa. Ma il risultato fu questo, a dispetto del colonnello.

Insomma, allora Gheddafi fu come l’Etna per Taormina: lo sfondo di un pericolo esotico, ma a distanza di sicurezza, per vacanze ai confini del mondo. Adesso, invece, Gheddafi è come l’Etna per Zafferana: troppo vicino, troppo pericoloso, troppo ribollente. Lampedusa ancora una volta si trova sulla soglia fragile dei continenti, dove spesso si scaricano missili e bombe. La paura dei missili Scud fu niente rispetto alla paura attuale dei lampedusani per le bombe umanitarie. Sanno bene che la loro isola è esposta: già in passato è stata popolata e spopolata più volte. Ecco perché i lampedusani in questi giorni si preoccupano più di Gheddafi che di quanto si decide a Roma. Temono che il loro benessere, la loro vita, le loro case, possano essere segnate da un inizio e da una fine. Da Gheddafi a Gheddafi


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