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I retroscena

Il Pd vuole il quinto governo
Ma stavolta è Lombardo che frena


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lombardo, pd, quinto governo, Politica
La politica regionale danza sui veti incrociati. Il governo di tutti, proposto dal presidente dell'Ars, trova un orecchio attento a Palazzo D'Orleans, ma riceve un veto deciso dai democratici. Possiamo comprenderli. Che senso avrebbe la loro presenza in maggioranza se gli alleati di un tempo tornassero sotto lo stesso tetto? Ma il Pd sgancia un no e ne riceve uno, pesante, a sua volta. Il quinto governo, che dovrebbe comprendere assessori più legati ai partiti, è, chiaramente, in casa democratica, il compimento di un percorso. Dal cappotto delle regionali del 2008, con un misero 28,6 per cento come voto di coalizione, alle stanze di comando degli assessorati.

Ma qui è il governatore a dire che non si può fare. Non ora. Non subito. Motivo: il governo tecnico rappresenta tutti (anche i siciliani?) e chiunque può trovare in esso soddisfazione. E qui il Pd non la prende bene. Ratificando, sostanzialmente, il fallimento della giunta in carica. Che non riuscirebbe, stando alle dichiarazioni dei leader del Pd, a dare le risposte che la Sicilia si attende. E' da mesi che gli esponenti democratici parlano di cambio di passo, di scossa, di azione riformatrice in panne. Nei giorni pari. Perché in quelli dispari, al contrario, sciorinano una serie di riforme che già starebbero cambiando la Sicilia. A nostra totale insaputa.

Verrebbe da dire loro: mettetevi d'accordo. O questa è un'esperienza politica che ha messo alle nostre spalle anni di clientelismo e mala gestione dei fondi pubblici, oppure siamo ancora all'alba e c'è bisogno di molto altro, quasi di tutto. Così, per darci qualche riferimento certo, un punto di caduta intorno al quale ragionare. Altrimenti viene la confusione. Ma come, il governo in carica, che ha pochi mesi di vita, è stato presentato, soprattutto dal Pd, come un esecutivo di alta qualità, e dopo pochi giri d'orologio se ne chiede la sostituzione per manifesta incapacità? E sono proprio i democratici, nei giorni in cui vestono la divisa del governo, a ricordarci che è davvero un tempo troppo stretto per valutare una compagine assessoriale.

Che sarebbe nel mirino di un attacco mediatico senza uguali. Solo che, il giorno successivo, indossati i panni dell'opposizione, pare che i democratici si scordino quello che avevano detto appena il giorno prima, ossia che questo è un governo ai primi vagiti, e vogliono ucciderlo in culla, richiedendo con veemenza l'ingresso in giunta dei titolari con le tessere di partito. Che si scaldano, e da tempo, ai bordi del campo. Comprendiamo l'impellenza. Un quinto governo, con dentro le luccicanti insegne democratiche, siamo uomini e donne di mondo, sarebbe un balsamo nel dibattito interno al partito. E' probabile, infatti, ma potremmo anche esprimerci in termini di certezza, che gli scontri tra le varie correnti dentro il Pd, pro e contro Lombardo, si attenuerebbero di molto, sino a scomparire magicamente, se la carne al fuoco diventasse più consistente e appetibile. E non è difficile che ci si arrivi.

Il no, o i ni, in politica, come del resto i sì o i forse, durano meno dello yogurt in frigo. Ciò che oggi è solo motivo di speranza per i democratici e punto critico per il presidente della regione, domani potrebbe trasformarsi in quel matrimonio in pompa magna a cui tutti i fidanzati arrivano. Beninteso, se non si lasciano prima. Con restituzione di regali, liti tra parenti, contumelie varie e quant'altro. Vedremo se saranno fiori d'arancio, ed è l'ipotesi più gettonata, se proseguiremo, sino alla noia, col Pd di lotta e di governo, o se, improvvisamente, vedremo le foto strappate di un innamoramento che non diventò mai amore.


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