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Il giornalista libico, residente in Sicilia

"Italia, rinnega Gheddafi"


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, Cronaca
Farid Adly disegna i tratti una Libia che già sta reagendo democraticamente, che si sta ormai liberando del suo leader Muammar Gheddafi, sempre più accerchiato a Tripoli, e quelli di un'Europa che non avrebbe futuro se dovesse sostenerlo; secondo Adly un'Europa simile, "crollerebbe con lui". Farid Adly vive nella siciliana Acquedolci, un piccolo paesino nel messinese. Giornalista per Radio Popolare e per il Correre della Sera, Farid Adly è nato in Libia e da vicino sta seguendo ciò che accade nel suo paese e nelle regioni a Sud del Mediterraneo. "La Libia è unita" precisa immediatamente. Non solo le regioni vicino Bengasi quindi, ma "la stragrande maggioranza del paese. Tant'è che anche a 200 km da Tripoli, si vedono città liberate dal 'Comitato di salute pubblica".

I timori del governo italiano, quelli di un 'dopo-Gheddafi' autoritario e fondamentalista, sembrano già essere sfatati dalle parole di Adly, che racconta come la popolazione già si stia organizzando, per il futuro del paese senza 'il re dei re d'Africa': "Questi comitati sono formati da giudici, avvocati, che guidano e organizzano le funzioni comuni. Organizzano loro la sicurezza, garantita dal ritorno dei poliziotti nelle città. Dalla parte orientale abbiamo i racconti dei giornalisti stranieri, che stanno testimoniando in maniera imparziale la grande consapevolezza dimostrata dai libici in questi primi momenti nell'organizzare la vita in modo democratico".

Il dominio di Gheddafi, che sta tentando di reprimere nel sangue la rivolta libica, secondo quanto speiga Adly si sta via via riducendo al minimo. Adly continua a sottolineare che ormai "l'età delle dittature è finita". Un'epoca lunga "quarantadue anni di regime", con la grande ricchezza di un paese come la Libia, da una parte, e la povertà dei libici dall'altra, che sta terminando grazie al "coraggio trasmesso dall'esperienza tunisina ed egiziana". L'Italia ha però vantato stretti rapporti con la Libia, testimoniati anche dall'accoglienza dell'Italia al colonnello Gheddafi in villa Pamphili a Roma. Le inclinazioni dittatoriali di Gheddafi, però, spiega Adly, non stanno emergendo solo ora. E ricorda una data, con amara precisione: "Il 26 giugno 1996". Gli si è scolpito nella memoria il giorno in cui 1200 persone, prigionieri politici che in carcere richiedevano le cure e il cibo necessari a sopravvivere, tentarono una rivolta. Quel giorno, 1200 persone vennero trucidate e "le diplomazie sapevano – spiega il giornalista – le diplomazie conoscevano. Ma la realpolitik fece chiudere loro gli occhi".

Lunedì scorso, Adly aveva affermato a ‘L'infedele’ (su La7), che Gheddafi non fosse affatto una garanzia alla cessazione degli sbarchi: "I respingimenti sono una realtà a sè – ha spiegato - Non c'entra direttamente la Libia. È stata un'arma utilizzata per ricattare l'Italia e L'Europa come è accaduto con le ultime ondate dalla Tunisia. Lo dicono gli stessi servizi segreti italiani. Il traffico è organizzato. Sarebbe stato impossibile, altrimenti, far arrivare in Italia migliaia di persone in così poco tempo". Ma l'Italia ha assecondato il "tiranno di Tripoli" l'Europa ha avuto un ruolo "carente" che ha portato difficoltà per tutti: "Una sistema democratico strutturato – puntualizza Adly – in questi paesi, sarebbe positivo. Con una alta occupazione si bloccherebbe anche la corruzione" e l'immigrazione verso i paesi a nord del Mediterraneo. Quanto, quindi, la realpolitik italiana ed europea continueranno a giovare loro? La risposta di Adly è secca e decisa: "Gheddafi sta crollando e se l'Italia e l'Europa dovessero sostenerlo, cadrebbero insieme a lui".


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