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Politica e mafia

L'onorevole vizietto


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(rp) Un uomo che per gli inquirenti è un pezzo grosso di Cosa nostra entra nel Palazzo della più alta sede istituzionale della Regione (nella foto) per discutere con l'inquilino pro tempore. Nulla di penalmente rilevante - lo diciamo subito - e nemmo di sostanzialmente riprovevole. Normali e logici colloqui politici tra Giuseppe Liga, "l'architetto", e Raffaele Lombardo. Un pentito, in un'aula di tribunale, accusa l'onorevole Antinoro di voto di scambio. Antinoro ha sempre ribadito la sua estraneità ai fatti, come la sua fiducia apprezzabile nei giudici.

Ci sono contatti consapevoli tra politica e malaffare che vengono provati e arrivano a sentenza. Ci sono legami che non saranno mai identificati con sufficiente chiarezza, anche se l'ombra del sospetto è forte. Infine, si ha come l'impressione di un continuo struscio di cui i politici possono anche risultare vittime. La mafia segue la sua natura parassitaria, si insinua nelle roccaforti del potere, lo blandisce, tenta di sedurlo. Non ci sono portoni che proteggano abbastanza, per quanto robusti. Cosa nostra è liquida, invasiva. Talvolta, c'è un commercio silente tra l'onorevole di turno e il boss che gli garantisce il consenso. In alcuni frangenti, ci sono onorevoli che non intrattengono rapporti di reciproco e palese scambio, ma nemmeno si curano troppo dell'identità del compagno di tavolata. E ci può essere la buonafede sorpresa. Apri la porta di Palazzo d'Orleans per discutere legittimamente con Giuseppe Liga del sostegno del suo legittimo movimento alla tua campagna elettorale. Scoprirai che - secondo le accuse - era guancia guancia con i boss Lo Piccolo.

Gli alfaniani (nel senso di Sonia) la risolvono così: hanno ripreso il vecchio codice del sospetto permanente. Bastano una foto, un caffè al bar, una comune militanza a una bicchierata con figure non immacolate per far scattare l'indice pubblico dell'accusa. E' una tagliola che si chiude inesorabile, solo quando riguarda gli altri. Se il Sospettoso viene messo in mezzo con lo stesso stratagemma, piovono anatemi, distinguo e giustificazioni. E non si capisce perché gli alibi debbano valere solo in alcune storie. A prescindere dall'antimafia degli ayatollah, il problema resta.
La soluzione c'è, sta nelle mani e nella coscienza degli onorevoli. Devono vigiliare di più, affinché un casuale caffè al bar con un avventore compromettente rimanga confinato nei due minuti dovuti al rito dell'espresso. Ma - considerando lo spirito pubblico dei tempi e dei luoghi - è una soluzione che ci appare lontana. Peggio: surreale.


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