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Due processi per la stessa accusa


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accusa, cuffaro, mafia, Cronaca
Due processi per la stessa accusa. I rapporti dell'ex governatore siciliano Salvatore Cuffaro con Cosa nostra, l'appoggio elettorale che i boss avrebbero assicurato al potente politico agrigentino, i favori fatti a capimafia del calibro di Giuseppe Guttadauro, informati passo passo delle indagini a loro carico, il sostegno a personaggi politici legati a doppio filo alle cosche e l'aiuto dato al "re Mida" della sanità siciliana Michele Aiello, vicino al padrino di corleone Bernardo Provenzano: c'é tutto questo nell'atto di accusa della Procura di Palermo all'ex senatore siciliano. Anni di malaffare e collusioni sfociati in due dibattimenti: uno, il mese scorso definito in Cassazione con una condanna a 7 anni di carcere per favoreggiamento aggravato alla mafia; l'altro concluso oggi dal gup di Palermo Vittorio Anania con il proscioglimento perché già processato per gli stessi fatti, il principio giuridico del 'ne bis in idem'. L'indagine da cui i due giudizi nascono, infatti, è la stessa. E comincia con un'attività di intercettazione nella casa in cui Guttadauro, padrino di Brancaccio agli arresti domiciliari, continuava a tenere le redini della cosca, ricevendo candidati, decidendo l'esito di concorsi medici e "lanciando" in politica suoi fedelissimi. L'inchiesta, condotta dai carabinieri, si allarga poco a poco squarciando il velo su una rete di connivenze tra politica, mafia, imprenditoria ed esponenti delle forze dell'ordine.

Viene coinvolto Cuffaro che nel 2003 riceve un avviso di garanzia per concorso in associazione mafiosa. Dall'indagine nascono diversi processi a imprenditori, manager della sanità, esponenti delle forze dell'ordine tutti ormai conclusi con sentenze passate in giudicato o in corso di definizione. Ma la posizione di Cuffaro spacca la Procura. All'originaria accusa di concorso, formulata dai pm Nino Di Matteo e Gaetano Paci, i pm Maurizio de Lucia e Michele Prestipino, titolari della tranche d'inchiesta collegata, nota col nome di 'talpe alla Dda', preferiscono quella di favoreggiamento alla mafia. Il sostituto Paci, in dissenso dalla scelta dei colleghi, rimette la delega e lascia l'accusa. Comincia il processo e a dibattimento ormai concluso anche Di Matteo, convinto della necessità di contestare al governatore il concorso in associazione mafiosa, se ne va. Il giudizio per favoreggiamento segue il suo corso e si conclude a gennaio. Contestualmente la Procura - nel frattempo a guidare i pm arriva Francesco Messineo - chiede la riapertura dell'inchiesta per concorso e porta Cuffaro davanti al gup. Oggi il proscioglimento, perché - secondo la valutazione del Gup - Cuffaro è già stato giudicato per lo stesso reato.


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