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Il Paese delle foibe


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foibe, Cronaca
Siamo il Paese delle foibe. Siamo il Paese della pulizia etnica. Al mio vicino basta un'occhiata per decidere tutto di me. Il giornale che leggo, il vestito che indosso, ogni fotogramma del mio passaggio contribuisce a creare una silenziosa e incancellabile classificazione. E al muro dell'omertà e dell'incomprensione, già sforacchiato di proiettili, il dialogo potenziale subisce quotidiane fucilazioni.
Siamo ancora collaborazionisti e feroci nel nome delle divisioni. Additiamo l'avversario con disprezzo, con la voluttà della sua eliminazione che riverbera perfino l'estrema e crudele soddisfazione della scomparsa fisica. E' sufficiente leggere la pubblica corrispondenza epistolare che si sono scambiati, in questi giorni, Ezio Mauro, direttore di "Repubblica" e Giuliano Ferrara, direttore del "Foglio". A prescindere dai toni - sottili quelli di Mauro, pantagruelici e irruenti quelli di Ferrara - abbiamo letto con sgomento, nelle sferzate di due uomini valenti, i riflessi non conciliati e inconciliabili dello stesso Paese. Molto oltre la legittima e reciproca opposizione. Si parlava di Berlusconi, dell'azionismo, della vicenda leggermente puttanesca che coinvolge codesto reame, rinverdendo la verità di Carlo Martello alla battaglia di Poitiers... Nello scorrere le magnifiche prose, l'impressione era surreale, sfalsata rispetto alla storia. La traduciamo così: non contano i fatti, è più importante l'odio che eternamente ci dividerà. Qui non si tratta di affermare la distanza di due punti di vista - dicevano nel non detto i direttori - ma di celebrare la circostanza per cui siamo due isole nemiche e avremo sempre un parere irriducibile su ogni argomento dello scibile dei polemisti. Perché siamo situati sulla sponda di idiomi che nemmeno tentano di accostarsi per commemorare una sana alterità.

L'odio è il convitato di pietra di questa Italia infoibata in se stessa. L'odio per l'altro parere, l'odio per l'altro, tout court. L'odio, magari pacato e argomentato, somministrato all'aperitivo e rinforzato di buone letture, è la nuova forma "civile" del dissenso. L'odio, il muro,  significa impossibilità permanente di ascolto e confronto. Come ad affermare che stili di vita e pensieri lontani gli uni dagli altri non abbiano diritto di cittadinanza comune. Si proclama ogni giorno  una guerra civile silenziosa che può avere solo un risultato sociale e mediatico: i vincitori alla luce del sole, i vinti sotto terra. L'avversione culturale per il modello opposto è già diventata voglia di pulizia etnica. Per fortuna, il nostro Paese è dotato di piazze capienti e diversificate. Oggi non potremmo più stare tutti nella stessa piazza, con le nostre belle bandiere.

Il ricordo delle foibe che Livesicilia propone oggi si basa su una duplice riflessione. E' la denuncia di un clima di rimozione collettiva circa una tragedia italiana. Una dimenticanza non certo casuale, voluta dalla ragione di partito e orchestrata da una certa sinistra. E' anche una sommessa preghiera a mani giunte per il futuro. Stiamo preparando un brutto domani. Forse è arrivato il momento di guardarci nel fondo degli occhi.


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