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Il boss morente in carcere

Pietà per il detenuto Bernardo?


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, Cronaca
(rp) Bernardo Provenzano sta male, ha diritto alla salute e deve essere curato. Una banale verità che in un Paese incattivito e senza bussola diventa oggetto di critica e viene messa in discussione. Il carcere "costituzionale" - sull'onda lunga della voglia di forca e di vendetta, mai più di giustizia - è una chimera. Vige ormai un regime carcerario materiale di soprusi e angherie. Vale per Binnu vale per l'ultimo innocente dietro le sbarre.

Eppure, il tramonto fisico del capo di Cosa nostra ci pone interrogativi interessanti, utili a segnare i nostri confini di civiltà, le frontiere dello spirito del tempo. E' lecito provare pietà per un crudele e disumano assassino morente? E' giusto chiederla, la pietà? Oppure ogni accenno di umana compassione dovrebbe essere bandito per una regola non scritta di esclusione, poiché parliamo di un soggetto che si è macchiato di crimini atroci? Esiste il sentimento dei familiari delle vittime che sono stati scempiati dall'opera nera di Binnu. Nessuno Stato di diritto può accogliere il desiderio di vendetta. Però è legittimo odiare Provenzano, per i colpi da lui ricevuti direttamente e sul piano personale. Ed è logico che quest'odio bruci come in un falò e contagi l'opinione pubblica. Come è altrettanto legittimo avere compassione di un vecchio che morirà in carcere, per le sue colpe, per avere scelto la pena con la sua condotta di vita.
Il senso di giustizia non esclude la pietà. La civiltà vuole che ognuno scelga, misurandosi col metro di se stesso. Senza dovere subire crociate o anatemi per l'uso della libertà.


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