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Reportage 2

I turni lenti di Villa Sofia


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, Cronaca
Si aprono e si chiudono. Di continuo. Le porte scorrevoli della sala d'attesa, al pronto soccorso di Villa Sofia, non accennano a fermarsi. Anche quando la sala è quasi colma, in una silenziosa e stanca attesa, è il rumore meccanico a fare da sottofondo. Entrano ed escono infermiere, barelle, cariche e vuote. E altre persone che, dopo una prima diagnosi, dovranno attendere la fila. La piccola sala, poi, a fatica riesce a contenere l'impazienza dei suoi visitatori, che continuamente escono e rientrano.

Sono le tre del pomeriggio passate. Una giovane donna si tampona la bocca con una garza. Esce, si guarda nello specchietto di uno dei motorini parcheggiati fuori: alcuni denti sono danneggiati. Sul maglione una striscia di terra ha lasciato i segni di quella che probabilmente è stata una caduta in moto. Accanto a lei un ragazzo, anche lui sporco di terra sul giubbotto nero, sullo stesso lato. "Sono qua da mezzogiorno" dice la donna, che intanto non resiste ad accendersi una sigaretta. Sulla parete uno schermo segna l'orario di arrivo dei pazienti, e quanti di loro sono in fila, divisi per codice di soccorso: bianco, verde e giallo. La donna dice di avere il codice verde. Il prossimo in lista però è arrivato intorno alle 13. "Ci vuole tempo per il ticket" discutono fuori dalla sala d'attesa, tra una sigaretta e l'altra. "Uno – dicono - è arrivato alle undici e mezza e si è registrato all'una".

Dentro c'è seduta anche una signora anziana, in pantofole. Ha la testa tra le mani ed è pallida in volto; accanto a lei un ragazzo e una ragazza. Un giovane invece è su una sedia a rotelle. Ha i pantaloni bucati e una garza sul braccio. Anche lui si tampona la bocca, in silenzio. Dopo un po' arriveranno amici e parenti, riuscirà a ridere, solo con gli occhi. Parla con loro e con le mani mima quello che sembra essere un incidente. Dalla porta automatica l'aria di febbraio non fatica ad entrare, e un ragazzo si scalda davanti ad una piccola stufa elettrica, le mani tese a captare un po' di calore. Dalla porta che dà sul corridoio invece si scorge una barella attaccata al muro e una flebo al braccio di chi la occupa.

La donna trema mentre contiunua a tamponarsi la bocca, e prova a chiedere quanto tempo ancora dovrà aspettare: "Signora, lei è la prossima con il codice verde che verrà chiamata. Vuole un po' di ghiaccio?". "Io non ci credo" sospira poco dopo un anziano in sala. "E' da un'ora che non viene chiamato un numero" alza invece la voce uno degli uomini seduti. Il figlio ha la testa tra le braccia e si è da poco appoggiato sulle sue gambe. Ha avuto un incidente in moto, ma il suo è un codice verde: solo il braccio, dice, gli fa male. I singhiozzi di una signora, seduta in un angolo, si fanno intanto sempre più rumorosi. Esce dall'ambulatorio una ragazza con il viso rigato dal trucco, sciolto dalle lacrime. È su una sedia a rotelle, la gamba destra tesa.

Il tempo continua a passare nel silenzio degli altoparlanti. Sono quasi le cinque e lo schermo segnala due ore di attesa per un codice giallo. Tre per un codice verde. L'impazienza è palpabile, e i singhiozzi della donna si trasformano poco a poco in una crisi di nervi: "Ma quanto dobbiamo aspettare? Io aspetto il mio turno, sto in silenzio e piango, perchè sono stanca!", urla in lacrime. "Signora non ci posso fare niente io!" rispondono dall'altra parte. Ma quasi tutti i presenti ormai si sono alzati in piedi per protestare, e la signora viene portata dentro su una sedia a rotelle. L'altoparlante snocciola uno, due, tre numeri di fila. Chi resta adesso discute in tono polemico, arrivando alla conclusione che ci voleva la "voce forte" per sbloccare la situazione. Chi lavora qui dice che qualcuno, come la signora in lacrime, si vede spesso, "c'era anche nei giorni scorsi". E accenna che ieri è stato molto più difficile, con "cento persone da gestire".

Sono le cinque e mezza. I tempi d'attesa sono diminuiti. La sala è semivuota, la barella in corridoio è sparita. Dove era stata fatta sostare quella di una ragazza, arrivata qualche tempo prima in ambulanza, adesso c'è un'altra barella, sopra, con la flebo al braccio, quella che dal vetro, al di là della postazione computer, sembra essere una donna. Uno dei ragazzi che accompagnava la signora anziana in pantofole, anche lei entrata alle cinque, esce, si accende una sigaretta e fa una telefonata: "Le hanno messo una flebo – dice a chi sta dall'altro "capo del filo" - adesso è lì fuori a sedere".


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