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Il Lombardo show, tra nomine e santi


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di GIAN ANTONIO STELLA (tratto dal Corriere della Sera) "Che dovevamo fare? Poi ci dicevano che siamo i soliti siciliani che lasciano a casa i 'fimmini"», sbottò l'assessore Sebastiano Spoto Puleo spiegando perché erano andati a Oslo in 120 con mogli e fidanzate. Certo che «fìmmini», in Sicilia, non stanno a casa da un pezzo. E lo conferma l'ultimo scandaluzzo: l'assegnazione di lussuose prebende regionali per l'agricoltura sia alla moglie di Totò Cuffaro sia a quella di Raffaele Lombardo.  I mariti fanno mostra di cadere dalle nuvole. Si sa com'è: sempre gli ultimi a sapere. Dice il governatore siciliano, scalciando da mesi, che è tutto un complotto. Dell'Economist londinese, de Le Figaro parigino, di tutti giornali e più ancora di «Minzokiller», cioè Augusto Minzolini, che gli avrebbe scatenato contro il Tgi per diffamare lui e la Sicilia: «Ci danno addosso continuamente». E lo dice giocherellando con il braccialetto rosso di stoffa della congregazione di Melili! che venera san Sebastiano, che nelle iconografie se ne sta, meschino, con le pupille al cielo trafitto da mille frecce. L'ultimo dardo, come è noto, gliel'hanno lanciato i giudici catanesi. Mettendo anche lui tra i 47 indagati per le promozioni di massa avvenute al Comune di Catania tra il 2002 e il 2008, ma soprattutto alla vigilia delle elezioni del 2005, quando Don Raffaele, che allora decise di stare dalla parte di Beriusconi contribuendo in modo determinante a fermare l'ondata di vittorie della sinistra. Promozioni costate alle pubbliche casse 18 milioni di euro. Che aiutarono il municipio a slittare verso un abisso finanziario di oltre un miliardo e sette milioni di euro. Così grave da spingere l'Enel a tagliare la luce a interi quartieri, un burlone ad aprire un'asta su eBay per l'elefantino simbolo della città («Causa dissesto finanziario vendesi statua raffigurante un elefante conosciuta come u liotru») e il governo di destra, tra mal di pancia leghisti, a ripianare almeno in parte il buco della giunta.

Il governatore siciliano, sul tema, aveva scaricato tutto sull'ex amico Umberto Scapagnini, che teorizzava l'immortalità («tecnica») del Cavaliere e forse anche per questo era stato imposto due volte come sindaco catanese: «È un bravissimo farmacologo e ricercatore di fama intemazionale, ma certo non era pratico di numeri e amministrazione». I magistrati dissentono: nel ruolo di «vice», all'inizio, c'era tra i responsabili anche lui, Don Raffaele. E ancora lui sarebbe nominato 422 volte nelle 72 pagine di un altro fascicolo dedicato ai «rapporti tra Cosa Nostra e i fratelli Raffaele e Angelo Lombardo» che per il settimanale Panorama «raccontano incontri notturni alla ricerca di voti, passeggiate in piazza a braccetto di "uomini di panza", feste tra pluripregiudicati in onore degli eletti, lo scorno di boss che si sentono ignorati dai politici». E in più un particolare irresistibile, lo sfogo intercettato grazie a una microspia del boss Rosario Di Dio: «È venuto qua e si è mangiato otto sigarette». Dettaglio che, secondo i magistrati, non era surreale perché a loro avviso, «fotografa un'abitudine di Lombardo»: «Aprire la carta che avvolge la sigaretta, prevelare una quantità di tabacco e  masticarla».

Tutte accuse che il governatore ha sempre respinto con sdegno: «A volte stringi le mani a persone che sembrano immuni...». Certo, ha scritto Emanuele Lauria, «alcuni di quei boss che parlano di lui ammette di conoscerli e di averli incontrati. "Ma non ho mai chiesto voti, ne preso soldi, ne fatto favori"». Fatto sta che ogni giorno, «sansebastianamente» parlando, ha la sua freccia. Prima l'accusa d'aver aperto alTUdc e al Pd «tradendo» il centrodestra («Il Pd come l'Udc sostengono questa giunta in un'opera di radicali e diffidiissime riforme. Lo faccia anche il Pdl») che lo aveva eletto. Poi le polemiche sulle contraddizioni nel risanamento della sanità affidato all'ex magistrato Massimo Russo, risanamento forse portato a termine ma accompagnato qua e là da tali incoerenze da spingere il segretario regionale dei medici della Cgil, Renato Costa, a sbottare: «La svolta doveva essere la nomina di 17 direttori generali. Dissero: saranno i migliori. E chiesero alla Bocconi di selezionarne 40 tra i quali scegliere. Poi hanno fatto come gli pareva. Seguendo schemi così clientelari che, in confronto a Lombardo, Cuffaro era santa Maria Goretti».

Non bastasse l'ultima grana sollevata anche dal Tg1, l'assunzione di 39 mila dipendenti da aggiungere ai 144 mila attuali («Ripristiniamo la verità: abbiamo trasformato in rapporto di stabilità rapporti di precariato che comunque non potevano portare al licenziamento. Non ci costa un euro in più») gli è scoppiata in mano, come dicevamo, la questione della moglie. Si chiama Rina Grosso, una volta stava sullo sfondo e lui ne parlava come di una casalinga devota: «A volte torno alle tré, alle quattro del mattino, sveglio mia moglie e mangiamo insieme». Sul sito web personale aveva scritto: «È vicina al marito nelle sue scelte». Una santa: altre donne non avrebbero gradito. Poi le cose son cambiate. Prima la signora è finita sui giornali per aver chiesto all'Irfis, l'istituto di mediocredito siciliano sottoposto al controllo della giunta regionale, i contributi necessari per un impianto fotovoltaico da 5 milioni e 600 mite euro, contributo ottenuto (prima della rinuncia una volta scoperta la cosa) nel giro di due mesi: un record. Poi per aver ripreso i lavori nel cantiere di una villa sul mare di Ispica, in provincia di Ragusa, già bloccato dalla magistratura quando era intestato al consorte. Poi ancora per avere avuto 530 mila euro, ancora dalla Regione governata dal suo sposo, per la stessa azienda agricola dove doveva andare il fotovoltaico.

Un episodio che, dopo anni di guerra, lo ha accostato di nuovo al destino di Totò Cuffaro, marito della signora Giacoma Chiarelli, benedetta da un aiuto (743 mila euro) ancora più sostanzioso. Come andrà a finire non si sa. Ma certo i mal di pancia dentro il Pd, davanti all'accumulo di episodi imbarazzanti, sono sempre più forti. E non solo tra quanti sono vicini a Rita Borsellino. Si racconta che Don Raffaele, per mettere a disagio un importuno, gli piazza a volte davanti una clessidra con la sabbia che scorre: tempo limitato. Forse qualcuno sta per mostrare la clessidra anche lui?


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