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Il libro

Gli ultimi giorni di Paolo Borsellino


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antimafia duemila, paolo borsellino, ultimi giorni, Cronaca
C'era nell'aria qualcosa di strano, in quella primavera del '92. La percezione di “'qualcosa' al di sopra delle nostre teste – per dirla con le parole di Leonardo Guarnotta -. Qualcosa che 'vola' al di sopra di noi, al di fuori delle nostre convinzioni e che poi, alla fine, finisce per 'guidare', bene o male, la nostra attività... anche se noi in quel momento ne siamo inconsapevoli”. Alla ricerca di quel “qualcosa”, di quelle menti che nella sospensione del giudizio qualcuno ha voluto definire “raffinatissime” pur avendo messo in scena il gioco primitivo della violenza più cieca che l'Italia ricordi, si muove “Gli ultimi giorni di Paolo Borsellino”, il libro (Aliberti, 368 pagine, 16,50 euro, prefazione di Antonio Ingroia) che due pilastri del giornalismo investigativo italiano, il direttore di Antimafia Duemila Giorgio Bongiovanni e il suo vice Lorenzo Baldo, hanno affidato alle stampe poche settimane fa. Un viaggio a cavallo fra narrazione e inchiesta nella pagina più nera della storia repubblicana, e che però – sin dagli stralci iniziali di Paolo Borsellino – non vuole essere costretto al colore del lutto, della disperazione: preferisce, il libro come il magistrato ucciso in via D'Amelio, l'idea neopositivista che la società italiana dovrà pur emanciparsi, sbarazzarsi dei proverbiali scheletri nei propri armadi per fare i conti con il proprio futuro. L'idea che, come scrisse Borsellino nella “lettera a una professoressa” dei suoi ultimi istanti di vita, “quando questi giovani saranno adulti avranno più forza di reagire di quanto io e la mia generazione ne abbiamo avuta”. Non c'è nero, insomma, se non c'è rassegnazione.

La prima immagine, infatti, è bianca. È luce al neon, luce fredda che sa di presagio luttuoso, in un ufficio di via Arenula: l'ultima sera di Giovanni Falcone, l'ultima prima di salire a bordo del Falcon 50, il Caronte che lo traghetterà verso la morte. Da lì, da quel punto, inizia una narrazione a più voci (fra le altre, quelle di Guarnotta, oggi presidente del tribunale di Palermo, e di Manfredi Borsellino, di Giuseppe Ayala e del suo agente di scorta Rosario Farinella, del pompiere Giovanni Farina che aprì l'auto di Borsellino dilaniata dal tritolo e di Giovanni Arcangioli che fu fotografato con la borsa del magistrato in mano), una ricostruzione che non si limita ai soli atti dell'inchiesta – ai quali, rivela il libro, è stata aggregata una elaborazione tridimensionale della scena di via D'Amelio – e che si conclude con un'immagine opposta a quel bianco iniziale, quel bianco di morte: la lettera, anticipata nei mesi scorsi dalla stampa, con la quale Vincenzo Scarantino, il falso pentito che ha portato le inchieste sulla strada sbagliata, chiede perdono ad Agnese Borsellino. Un perdono accordato dalla moglie del magistrato, a una condizione: “Inizia una nuova vita – chiede Agnese a Scarantino – rivelando tutto quello che sai ai magistrati di Caltanissetta, i tempi sono cambiati, solo così ti sentirai un uomo libero”. Una nuova vita. Di un colore che non sia nero.


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