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Catania, mistero sul suicidio

Carmelo morto in carcere
Ora si riapre l'indagine


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, Cronaca
Si riaprono le indagini sulla misteriosa morte di Carmelo Castro, il 19enne che il 28 marzo di due anni fa fu trovato impiccato nella sua cella del carcere di Catania. La famiglia del giovane non ha mai creduto all’ipotesi del suicidio e ha avviato una battaglia legale per chiarire i numerosi punti oscuri della vicenda. Grazie al sostegno delle associazioni “Antigone” e “A buon diritto” la battaglia dei familiari per la verità continua.
La Procura aveva archiviato il caso il 27 luglio scorso, ma a seguito dell’esposto presentato dalle due associazioni nei prossimi giorni gli inquirenti valuteranno gli incartamenti relativi alla prima inchiesta. Tra le richieste dell’associazione Antigone c’è quella di riesumare il corpo del giovane per capire se abbia subito violenze.

La vicenda e le incongruenze. La Procura dovrà fare piena luce sui cinque giorni intercorrenti dall’arresto di Carmelo Castro, prelevato dalla sua abitazione dai carabinieri il 24 marzo del 2009, alla sua morte nel carcere di piazza Lanza. Carmelo, accusato di aver preso parte insieme con altre due persone a una rapina nei confronti di un tabaccaio, viene portato prima nella caserma dei carabinieri di Biancavilla e subito dopo in quella di Paternò. Proprio qui iniziano i punti oscuri. I familiari del ragazzo nella piccola sala d’attesa della caserma di Paternò sentono provenire dal piano di sopra le urla e i pianti di Carmelo. Urla così forti che la sorella, allarmata, cerca di salire le scale ma viene fermata da un carabiniere. La fotografia del volto di Carmelo, scattata il 25 marzo, al momento di entrare nel carcere di Piazza Lanza mostra un gonfiore diffuso, segno di un probabile pestaggio. La prima incongruenza è che nel fascicolo delle indagini manca il verbale della visita medica di primo ingresso, il quale sarebbe invece obbligatorio redigere.

Il giorno seguente, il 26 marzo 2009, Carmelo viene messo in isolamento, ma ha paura. Dai verbali redatti dalla psicologa emerge che il ragazzo temeva possibili ripercussioni perché i suoi complici nella rapina lo avevano “minacciato e costretto a delinquere”. Anche ai carabinieri aveva fatto mettere a verbale le stesse preoccupazioni: “Da tempo vivo in una condizione di assoluta paura poiché a seguito dell’arresto di Vincenzo Pellegriti, detto "u chiovu", molti dei soggetti pericolosi che lo stesso serviva hanno iniziato a pensare a me come il suo naturale successore. Tale scelta da parte di questi individui forse è stata dettata dal fatto che i medesimi vedevano nel sottoscritto un ragazzo che era rientrato dalla Germania e che quindi non aveva particolari legami con alcuno e contestualmente non era particolarmente in vista alle forze dell’ordine”.
Forse Carmelo era stato in qualche modo “costretto” a delinquere. Le sue parole sono chiare: “Il mio stato di soggezione ad altri soggetti del gruppo deriva dal fatto che gli stessi mi hanno spesso picchiato. Ricordo, in particolare, che meno di un mese fa gli stessi mi fratturarono il naso perché mi rifiutavo di aiutarli in alcune scorribande ed altri reati che gli stessi avevano progettato di compiere” Il 27 marzo, il caso di Carmelo viene discusso durante la consueta riunione dello staff di accoglienza del carcere. Però il verbale della riunione non è presente tra gli atti delle indagini.

Il suicidio e il dilemma degli orari. Il verbale del pronto soccorso dell’Ospedale Garibaldi afferma che Carmelo è arrivato già morto alle 12,30 del 28 marzo. L’autopsia ha rivelato che il ragazzo aveva mangiato da poco, quindi l’ultima persona che avrebbe dovuto vederlo in vita doveva essere il detenuto responsabile della consegna dei pasti. Ma in nessuna delle dichiarazioni del personale del carcere emerge il dettaglio della distribuzione del pasto a Carmelo.
Secondo i verbali del carcere il ragazzo viene trovato alle 12,20 nella sua cella con un lenzuolo attorno al collo e attaccato al letto a castello. Dopo l’allarme lanciato dal personale, il dottore ha dichiarato di aver rinvenuto il corpo alle 12,35. L’orario non corrisponde con quello del verbale del pronto soccorso.

Inoltre non sono stati sequestrati né la cella né il lenzuolo con cui Carmelo si è impiccato. L’associazione Antigone ha denunciato come il letto a castello nel reparto in cui era detenuto Carmelo era alto 1,70 cm, mentre il ragazzo era di cinque centimetri più alto. Di conseguenza appare una circostanza sospetta quella dell’impiccagione. Il senatore Salvo Fleres del PdL ha posto due interrogazioni sul caso e ha sottolineato come il trasporto di Castro dall’infermeria del carcere all’ospedale sia avvenuto con un “mezzo ordinario, senza alcuna assistenza medica”. Suicidio o altro?

Vito Perrone, l’avvocato della famiglia Castro, ha denunciato (la dichiarazione al Corriere) che “sul cadavere sono state riscontrate strane ipostasi, cioè accumuli di sangue, sulla schiena e non agli arti inferiori come dovrebbe essere nel caso di morte per impiccagione”. Inoltre appare strano come una persona che pensa a togliersi la vita prima consumi, come risulta dall’autopsia, un abbondante pasto.
Adesso toccherà agli inquirenti spiegare la morte di un cittadino entrato in carcere in perfette condizioni di salute.


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