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L'omelia del nuovo cardinale

L'abbraccio di Paolo Romeo a Palermo

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Nel cammino della vita vissuta come risposta ad una chiamata divina, il Signore non manca di porre i segni della sua benevolenza in momenti significativi e preziosi, che ricordano la sua fedeltà alle promesse, e la sua azione che si incarna nella nostra povertà.
È quanto vi confesso sta accadendo questa sera. Faccio solenne ingresso nell’amata Arcidiocesi di Palermo, insignito della porpora cardinalizia così come ha stabilito con sovrana decisione il Santo Padre Benedetto XVI.
La mia mente e il mio cuore continuano a ritornare alle recenti giornate trascorse a Roma per l’evento del Concistoro, ma più ancora vanno, con memoria grata, all’azione premurosa e costante di Dio nella mia vita. Per questo non posso che far mie le parole del salmo responsoriale che abbiamo cantato: “Canterò per sempre l’amore del Signore”.

Ad accompagnarmi in questo particolare momento, questa sera, siete tutti voi.
Amatissima Chiesa di Palermo, a cui lo stesso Successore di Pietro mi ha voluto sposare: avverto il vostro calore e il vostro abbraccio! Ho avvertito e continuo ad avvertire la vostra preghiera e il vostro sostegno! Avverto la fiducia e la speranza che riponete nel mio ministero in mezzo a voi! Avverto che l’insigne privilegio della nomina a Cardinale di Santa Romana Chiesa non è un fatto che riguarda me soltanto.
Esso – lo comprendete bene – è un atto di benevolenza che Sua Santità ha inteso compiere nei riguardi della nostra cara Arcidiocesi e nei confronti dell’intera Sicilia, ed è una grazia perché avvicina la nostra Chiesa al Santo Padre e rafforza quei vincoli di unità e fedeltà che caratterizzano l’essere un unico Corpo Mistico di Cristo.
Ringrazio e saluto in particolar modo l’Eminentissimo Cardinale Salvatore De Giorgi, mio predecessore nella guida pastorale della Chiesa palermitana, come pure gli Eccellentissimi fratelli nell’episcopato che hanno voluto farsi presenti questa sera per condividere la gioia della nostra Comunità.
Saluto tutte le gentili e distinte Autorità civili e militari, che, soprattutto nell’intensa accoglienza in Piazza Parlamento, hanno voluto esprimere la loro stima nei confronti della Chiesa e la loro vicinanza al mio ministero che non potrà che essere a favore di questa amata Terra.
Abbraccio il presbiterio che porto nel cuore come Padre. Voi siete la prima linea del mio ministero, perché siete “cooperatori dell’ordine dei vescovi”. Ho percepito il vostro affetto commosso, segno di una comunione profonda che ricerchiamo nel comune servizio senza riserve al popolo santo di Dio.
Ringrazio i membri della vita consacrata, dono e ricchezza della nostra Arcidiocesi. Siete testimonianza di una Chiesa varia nei diversi carismi e luminosa nelle testimonianze di santità dei vostri fondatori, sempre vive ed attuali.

Ringrazio anche i diaconi, volto sollecito della Chiesa che si china su antiche e nuove povertà, e i cari seminaristi, futuro in cui tutti vogliamo credere, a cui manifesto il mio affetto e per i quali non cesso di pregare.

Abbraccio con calore tutte le molteplici componenti laicali della nostra Chiesa locale: i gruppi, i movimenti, le associazioni. Ringrazio la loro operosità così ricca di frutti e così viva nelle sue espressioni, linfa benefica per il tessuto ecclesiale.

Sì, carissimi! Questa sera si percepisce tutta la bellezza della nostra Chiesa, e per questo ringrazio il Signore: questa nostra celebrazione ci trova tutti uniti – pastore e gregge – per ringraziarlo del cammino che insieme ci ha fatto percorrere, e per implorare da lui l’abbondanza della sua misericordia su quanto ancora dobbiamo compiere, per essere, come abbiamo pregato nell’orazione colletta, “strumento della presenza di Cristo nel mondo”.

La celebrazione dello scorso sabato, nella Basilica Vaticana, è stata preceduta da giorni di intensa e personale trepidazione.
Considero uno speciale dono di Dio l’essere stato chiamato dal Santo Padre a collaborare più direttamente al suo ministero, e l’essere così entrato – per così dire – in uno sguardo di orizzonti più ampi che mi fa percepire la Chiesa universale in tutte le sue problematiche e sfaccettature.

Al Santo Padre sento di esprimere ancora una volta e insieme con voi la mia riconoscenza. Ma non nascondo che questa chiamata mi sprona ancora di più a servire la Chiesa con rinnovato impegno.
La sento come un ulteriore peso imposto sulle mie spalle ma sempre e solo per il bene del popolo santo di Dio.

Mi sento – per così dire – un po’ come Mosé, che, ad un certo punto del cammino esodico, avverte il carico di chi deve condurre il popolo, e ne fa lamentela dinanzi a Dio.
So bene, però, che – proprio alla stessa maniera di Mosé – il Signore non permette che il mio servizio alla Chiesa, ora più intenso e forte, gravi solo sulle mie povere spalle.

E come suscitò settanta anziani che condividessero con Mosé la guida di Israele, vedo che continua a donare anche al mio ministero la preziosa collaborazione di tanti, che, interpellati dalla grazia, si impegnano a creare insieme e sempre più le condizioni per l’attuarsi del Regno di Dio in mezzo agli uomini, nella comunione ecclesiale, vera ricchezza e risorsa per la nostra credibilità.
Nella prima lettura ascoltata c’è un particolare non irrilevante. Lo spirito di Dio che viene – per così dire – distribuito ai settanta anziani, è lo stesso di quello di Mosé.
Dobbiamo credere sempre più – carissimi fratelli e sorelle – che è l’unico Spirito Santo che ci anima in un cammino comune per l’edificazione del Regno. Dio desidera che, per la missione che è propria a ciascuno, tutti ci sentiamo parte di un meraviglioso disegno di salvezza che conta sulla nostre povere forze.

Da Cardinale di Santa Romana Chiesa sono chiamato ad identificarmi sempre più nei tratti del Buon Pastore che – come abbiamo ascoltato nel Vangelo – dà la vita per le sue pecore, e le raduna come un solo gregge al suono della voce.
Con le parole della Liturgia preghiamo “perché non manchi al gregge la sollecitudine del pastore, e al pastore la docilità del suo gregge” (Intercessioni ai Vespri della II sett. Di Quaresima).
Accanto all’icona evangelica del “Buon pastore” la seconda lettura ha presentato un vero e proprio programma di vita che sento particolarmente rivolto a me, specie in questa nuova sfumatura del mio ministero episcopale.  “pascete il gregge di Dio che vi è affidato, sorvegliandolo non perché costretti ma volentieri, come piace a Dio, non per vergognoso interesse, ma con animo generoso, non come padroni delle persone a voi affidate, ma facendovi modelli del gregge” (1Pt 5,2)
Sorvegliare il gregge “come piace a Dio”, “con animo generoso”, “facendosi modelli”.

L’autore della Prima lettera di Pietro utilizza il verbo “sorvegliare”, in greco “episkopeo”. Riconosciamo che nel termine “vescovo”, “episkopos” in greco, c’è proprio quest’atto del sorvegliare, che non è mero controllo del gregge, piuttosto custodia dall’alto, discernimento continuo delle potenzialità, sguardo penetrante sulle problematiche.

In questo sguardo deve stare l’obbedienza alla volontà di Dio: sorvegliare il gregge “come piace a Dio”, ossia secondo il suo disegno di bene. Essere pastore significa fare di tutto per far crescere ciascuno nella vocazione che gli è propria, che da sempre Dio ha pensato per lui.
Sorvegliare poi “con animo generoso”. Chiedo al Signore che – nonostante gli impegni che si moltiplicheranno – non mi faccia mai risparmiare le energie e la generosità per potermi spendere al servizio della Chiesa, e in particolare della Chiesa di Palermo.
Sorvegliare infine “facendosi modelli”. È l’esempio del pastore che guida il gregge. “Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi.” (cf. Gv 13,15). Sapersi dunque interrogare sull’esempio dato e su quello che si può rendere sempre di più.


Stasera mi sento interpellato da questa Parola proclamata! E non credo di essere il solo…
Essa è certamente una spada che, in questo momento, scruta le mie intenzioni, proprio mentre l’ascrizione al Sacro Collegio mi richiede maggiore fedeltà alla Chiesa e al Romano Pontefice.
Ce lo ha ricordato il Santo Padre Benedetto XVI sabato scorso: “la missione, a cui Dio vi chiama quest’oggi e che vi abilita ad un servizio ecclesiale ancora più carico di responsabilità, richiede una volontà sempre maggiore di assumere lo stile del Figlio di Dio, che è venuto in mezzo a noi come colui che serve (cfr Lc 22,25-27). Si tratta di seguirlo nella sua donazione d’amore umile e totale alla Chiesa sua sposa, sulla Croce: è su quel legno che il chicco di frumento, lasciato cadere dal Padre sul campo del mondo, muore per diventare frutto maturo”.
Ma in questo avvenimento di grazia scorgo anche lo sprone perché tutta la nostra Chiesa esprima questa particolare fedeltà, e questo radicamento profondo nel Cristo, a tutti i livelli e in ogni ambito.
La decisione del Santo Padre mi sembra quasi provvidenzialmente seguire la sua recente visita a Palermo. Il messaggio – pur passando dalla mia povera persona – mi pare sia lo stesso e giunge a tutti: la nostra fede ha bisogno di una radicalità nella testimonianza, di una profondità che le consenta di manifestare al mondo il Vangelo, fino a pagare di persona il prezzo delle scelte che discendono da essa. È questo il martirio che ad ognuno è consegnato, o – se volete – quella “porpora” di cui tutti siamo insigniti, in forza dei nostri impegni battesimali.
Carissimi fratelli e sorelle! Oltre che dalla Parola ascoltata e dalle celebrazione concistoriale vissuta, continuo a sentirmi interpellato dalla vostra presenza, dai vostri volti, dal vostro affetto! Ma, soprattutto, dinanzi al più alto servizio che mi viene richiesto mi sento confortato e sostenuto ancora una volta dalla vostra preghiera, perché “tutti insieme, gregge e pastore, perseveriamo con saldezza di fede nella confessione del tuo nome per condurre gli uomini alla pienezza del tuo amore”.
La Vergine Maria, Odigitria e protettrice dei Siciliani, di cui il Santo Padre ha voluto affidarmi il titolo, possa custodire il nostro cammino ecclesiale, mostrandoci in ogni istante il figlio Gesù, Via, Verità e Vita, e intercedendo per la nostra Terra, così ricca di fede, così bisognosa di speranza, così generosa e feconda di un amore che, in mille forme diverse, traccia la storia della salvezza.


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