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I rapporti del presidente

Le confessioni di Raffaele


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Dice Raffaele Lombardo a "Repubblica": "Tutte le persone che conosco, anche i mafiosi, le conosco per ragioni politiche". E poi spiega il come e perché di incontri e strette di mano discutibili. E' una confessione, è il riconoscimento implicito della stortura del sistema. Ciò che nelle parole del governatore era stato pronunciato come assoluzione risulta, a distanza di giorni e riletture,  un'ammissione morale. Roba sua? No, roba di tutti. Non c'è patto scellerato o scambio, si difende Lombardo. C'è, casomai, candida ed estemporanea contiguità. Dallo stare a tavola col diavolo, anche se non si parla di affari e non si sanciscono obblighi reciproci, scaturisce un messaggio socialmente equivoco.

Ce lo siamo chiesti ieri per l'antimafia e ce lo chiediamo oggi: ha un senso parlare di morale? Se la grammatica della vita pubblica deve essere scandita in esclusiva dal martelletto del giudice, dall'aritmetica della giurisprudenza,  la politica, l'etica e il pensiero sono già cadaveri. Oppure, chissà, esisterà un guizzo per definire se una vicenda sia buona giusta, a prescindere al tribunale. Tra parentesi:  buffo il destino degli ex post comunisti. Secoli fa, rivendicavano la garanzia del sospetto e attribuivano il primato ai magistrati del popolo, tutti fatti in casa. La sentenza era sempre un dettaglio. Ora rinunciano a un linguaggio autonomo. Hanno idee confuse sulla colpevolezza e sull'innocenza. Si limitano a citare commi e statuti, certificando l'eccesso opposto di ciò che furono, spaventati dalla colpa di una questione morale mercificata, ridotta a calcolo di bottega. E' un tragico contrappasso.

Dunque, Raffaele Lombardo "confessa" suo malgrado, niente di penalmente congruo fin qui, d'accordo e forse, proprio per questo, più serio. E ci dice che la politica è luogo potenziale di intersezione e incontro con personaggi con cui nemmeno prenderesti un caffé ("anche mafiosi"). Il presidente intende significare che determinate circostanze rotolate sotto l'occhio degli inquirenti rappresentano il risvolto innocente fortuito della sua attività istituzionale. Ma ci pare che, partendo dal dettaglio, si possa allargare l'orizzonte. Nell'alibi di Raffaele si coglie il senso mesto della storia. La politica è la categoria delle pessime compagnie. Di più, la politica ti costringe (nel migliore dei casi) a intessere rapporti con loschissimi figuri, a non potere evitare il contatto con gaglioffi e brutti ceffi. E sì - ahimè - perfino mafiosi. E non è forse uno sfregio inconsapevole all'etica il ritenere quasi scusabili "politicamente" relazioni che, altrove, non avrebbero pretesto né collocazione, come se fosse un'attenuante? E non dovresti tu, politico generico, a maggiore ragione, prestare attenzione alle mani che si stringono, ai caffè che si bevono, con più ansia di un cittadino al di sopra di ogni sospetto? Ecco il punto. Nella politica c'è un antidoto, una clausola che rende inefficace il richiamo al perbenismo comune. Nell'inciso lombardiano, leggiamo il sentimento di una condizione speciale, specialmente triste o redditizia, fate voi.

Non è una novità. E non riguarda solo Raffaele Lombardo. Ogni elettore sa che la politica, soprattutto quella siciliana, ha regole e leggi che non rispondono alle normali domande e ai normali comportamenti degli uomini onesti e normali. Ogni elettore sa che la politica sta a tavola col diavolo. Alle volte gli fa il piedino, alle volte lo fissa negli occhi e basta. Tu li guardi e pensi che siano della stessa razza cornuta e infernale.
Lo sapevamo, sì. Però vederlo scritto nero su bianco in un'intervista alla massima istituzione siciliana procura un aumento d'acidità. Come un soprassalto di sconforto.


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