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L'anomalia Lombardo


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Le recenti polemiche che hanno investito il presidente della Regione Raffaele Lombardo, in relazione alle risultanze di un’indagine di mafia svolta dalla Procura di Catania, può costituire l’occasione per avviare una seria riflessione ed un confronto sul tema dei confini e dei rapporti fra responsabilità penale e responsabilità politica. E questo sulla base del presupposto che ogni uomo pubblico, specie se investito di una carica elettiva, deve essere soprattutto “trasparente” agli occhi dei propri elettori ben al di là della semplice incensuratezza penale, essendovi comportamenti non censurabili penalmente ma egualmente meritevoli di censura sul piano etico e politico.

Certo, è facile ipotizzare la difficoltà di avviare un dibattito obiettivo e pacato su un tema così incandescente, specie quando così alti sono i rischi di strumentalizzazione e i pericoli di condizionamento, anche inconsapevole, derivante dalla incandescente vicenda politica-giudiziaria sottostante. Ciò nonostante, è un tema che va prima o poi affrontato, anche perché sempre più sono i casi, che sembrano moltiplicarsi a vista d’occhio, spesso assai più gravi, in cui un malinteso senso di rispetto dei criteri di imputazione della responsabilità penale, in base al principio “la giustizia faccia il suo corso”, determina l’inaudita ed inaccettabile conclusione che nulla deve accadere. Nel senso che, fin tanto che non si forma una sentenza definitiva sul caso, anche per tenere fede al principio di non colpevolezza dell’imputato, nulla accade. Al punto che non vengono tenuti in alcuna considerazione neppure i fatti acclarati in quanto accertati in sede giudiziaria. Con la conseguenza paradossale che taluni potenti, condannati in primo e perfino in secondo grado, lungi dall’uscire della scena politica, continuano a rivestire importanti incarichi politico-istituzionali, e talvolta addirittura sembrano ricavarne titoli di benemerenza, visto che vengono proposti per più alti incarichi, si dice, per sottrarli allo strapotere dei pm...

Ma perché l’Italia non può essere un Paese normale? Un Paese come Israele, dove il primo ministro Ehud Olmert, appena vistosi indagato dalla magistratura per una vicenda di tangenti e corruzione, è andato davanti alle telecamere per protestare la propria innocenza, ma anche per comunicare le proprie dimissioni al fine di non coinvolgere nello scandalo l’istituzione da lui rappresentata, e soprattutto per dichiarare l’orgoglio di vivere in un Paese nel quale opera una magistratura tanto autonoma e indipendente da incriminare il proprio primo ministro, applicando il principio di eguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla Legge?

Tocca alla Politica fare passi avanti, individuare parametri obiettivi di riferimento, liberare la responsabilità politica dalla sudditanza rispetto alla responsabilità penale, così deresponsabilizzando il processo penale e la magistratura. In modo tale che non sia e non possa essere un rinvio a giudizio, un’informazione di garanzia, o peggio un’iscrizione nel registro di notizia di reato, a fungere da fattore scatenante di burrasche politiche, ma che siano invece i fatti, eventualmente oggetto del procedimento penale, a dover essere valutati, costituendo i soli elementi da cui far derivare sanzioni politiche in quanto sintomatiche di responsabilità politica, autonoma rispetto a quella penale.


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