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L'antimafia è in crisi?

Aveva ragione lui


, Cronaca
C’era una volta l’antimafia. Era sincera ed eccessiva. Era appassionata e furba. Nasceva dall’interesse leale, dal cuore ferito, dal patrimonio integerrimo, dallo strazio di una terra. Sgorgava dal sangue delle stragi e dei morti. Astuti manipolatori ne catturarono il fascio di luce e l’indirizzarono verso gli avversari politici, o semplici contraddittori del Verbo incarnato. Non sei con me? Sei mafioso. Fu l’inizio della fine. Fu la purezza mutata in ubriachezza.  Leonardo Sciascia capì in anticipo l’andazzo - l'uso che avrebbe minato le fondamenta di ogni discorso serio - e scrisse la sua lucida e dolorosa denuncia, il coraggioso grido di dolore che gli costò l’improvvido appellativo di quaquaraquà. Sciascia individuò il meccanismo di consenso e sviluppo dell’antimafia peggiore, bacchettò il Csm, ma sbagliò - nel celebre articolo sui professionisti etc etc - a mettere in mezzo un galantuomo come il giudice Paolo Borsellino. Non un errore da poco, una topica colossale. Il pezzo diede fiato alle trombe dei collusi di riporto, dei disonesti, dei nemici della questione morale soffocata da due estremismi diversi: dai suoi cantori e dai suoi denigratori per interesse.

Non si capiscono l’assenza e la contemporanea ridondanza, elementi niente affatto paradossali, della cultura antimafiosa di oggi se non si condivide l’analisi di quel tempo finale di crisi. Se non si ha l'accortezza di ammettere che fu l’abuso politico di un sussulto civile a scrivere la data di morte sulla sua lapide, a sostituirlo con un fantoccio di cartapesta.
L’antimafia è un residuo, è un cadavere. Nella forma esiste. Anzi, risplende. Continua a vagare come uno zombie. Antimafia è tutto e niente. E’ antimafia l’imprenditore che si rifà la verginità dopo anni di sottomissione al pizzo, solo perché è stato beccato con le mani nella marmellata, o perché ha scoperto l’ingranaggio che purifica trascorsi maleodoranti con lo smacchiatore della legalità. L’antimafia – come la legalità – è un prodotto da marketing, con sconti e facilitazioni incorporati.

Non è necessario abbonarsi a canoni rigidi di comportamento per ricevere la patente. E’ una medaglia sul documento che si può comprare al supermercato produttore del profumo legalitario. Mi dia un chilo di antimafia e il prezzo lo stabilisca lei.  Sono attivi i grandi distributori di legalità, le agenzie dell’antimafia, che sminuzzano il valore e lo parcellizzano fino allo scaffale. Ci sono politici e giornalisti in fila per comprare un pezzetto, una scaglia doc,  da consumare in piedi, o da incartare per futuri bisogni mediatici.

Non è richiesto un pedigree peculiare per acquisire lo status. Non è utile una riflessione, un ripensamento. Sufficienti l'apparenza e l'appartenenza, come per la mafia: conoscere le persone e i giri giusti, vestirsi dei simboli in catalogo. Ed è un’antimafia autoreferenziale, autoproclamata, autoincoronata. E’ la condizione rivendicata da un presidente della Regione che ammette certe frequentazioni (in chiave politica e casuale, giammai penale o favoreggiante), certe passeggiate a braccetto. E poi si proclama antimafioso, tacciando di implicita corruttela controriformista i suoi critici. Chi lo smentirà? Come è antimafioso un partito di origine sinistra che quel presidente sostiene, aspettando la mossa del giudice e assolutamente incapace di una valutazione propria, di uno scarto, di un respiro.

Non ci piace questa antimafia di ognuno e di nessuno, non amiamo questa melassa indistinta. Al confronto,  la sostanza originaria, bella,  spocchiosa, pericolosa, caustica, vera e talebana, era un’ancora, una bussola. Aveva la presunzione di fornire un orientamento, ancorché con gli strumenti del fanatismo. Era, tutto sommato, un appiglio. Un valore, se mondata dalle sue pecche.
Sono stati gli antimafiosi di ieri a seppellire la radice buona col frutto avvelenato. Gli stessi che hanno il coraggio di zittire l'uomo di Racalmuto e la sua profezia, appena li interrogano. La morale della favola, dopo tanti anni, pende altrove. Sciascia aveva ragione.


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