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Lettere alla Sicilia

Tra padre e figlio

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, Cronaca
A 65 anni non è facile fare scelte drastiche: nella fattispecie andare via dalla Sicilia alla ricerca di un futuro migliore. Piuttosto, mi chiedo spesso, cosa mi ha frenato, trenta o più anni fa, ad andare via dall’Isola. Mettiamo da parte tutta la retorica che da Verga in poi si è fatta sull’argomento: siciliano di scoglio o siciliano di mare. Forse un po’ di siciliano di scoglio esiste in me, ma è la parte più nascosta del mio carattere. In realtà è che, seppure con tutti gli inconvenienti e i disagi che l’abitare in questa Terra c’erano e continuano ad esserci, un “lavoro” bene o male sono riuscito a trovarlo e ho sfogato la mia vera passione: potere scrivere di calcio, scrivere poesie e racconti umoristici, ha ripagato la mia voglia di fare qualcosa che andasse al di là della semplice vita quotidiana con i suoi fastidi, le incombenze,i dolori e i pochissimi momenti felici della quotidianità.

Diciamo che il ’68, mi ha sfiorato e, se ne ho condiviso in pieno i valori e la voglia di voler cambiare il mondo, poi arrivando al dunque, sono rimasto l’uomo tranquillo di sempre. Finita questa breve confessione e la breve analisi di quello che poteva essere per me e non è stato, un altro dubbio si impone e mi tocca nell’affetto più caro che ho al mondo: mio figlio.

Sta studiando per diventare ingegnere civile con specializzazione in tecnica dei trasporti. Cade a fagiolo l’argomento che propone l’amico e collega Roberto Puglisi propone: cosa fare rimanere o andare via. Proprio ieri sera a cena -a televisione, fatto che capita raramente, spenta - mio figlio ha chiesto a me e a mia moglie, cosa pensavamo e se c’erano le disponibilità economiche per andare per due anni a fare un Master a Roma. E si, perché la Sicilia è anche questo: non solo non offre grande possibilità di lavoro, ma neanche consente a giovani desiderosi di migliorarsi di trovare la giusta preparazione di base per concludere completamente i propri studi e trovare lavoro.

Non abbiamo esitato un solo attimo: “Non ti preoccupare, faremo di tutto per che tu possa raggiungere i tuoi obiettivi”. Mi viene in mente, mentre scrivo, io che sono originario dell’entroterra siciliano, i sacrifici dei miei compaesani nel fare studiare i propri figli. Risparmiavano sulla spesa, compravano un paio di scarpe a stagione e tante altre simili cose, ma alla fine il figlio “arrinsciva” e cambiava tenore di vita. Guardo adesso sgomento il futuro di mio figlio. Una cosa mi ripugna e mi ha sempre ripugnato in passato: andare a “cercare” l’uomo politico di turno che possa fare al caso nostro. Chissà, ma conoscendomi bene sarà difficile, se quello che non ho fatto per me possa farlo per mio figlio?

Mi auguro di no. Ho insegnato a mio figlio che tutto quello, poco o assai che sia, lo si deve guadagnare con l’unica qualità possibile: lo studio, l’apprendimento e la voglia di svolgere con coscienza giorno per giorno, il proprio dovere, sia esso quello di lavorare o, nel caso specifico di mio figlio di studiare e prepararsi al futuro. Sarà possibile tutto questo in Sicilia?

Quando ancora bisogna aspettare perché in questa terra, cu suli, cu cielu e cu mari, cambi qualcosa? “Papà, se non troverò niente di buono dopo la laurea io vado via”. “Giusto figlio mio, ma tieni presente che ogni strada, irta o in discesa, che sia va percorsa nella giusta direzione”.

Pietro Ciccarelli


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