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Partire vuol dire arrivare

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Sono andata, e sono anche tornata. Scelta di vita e necessità, nel primo come nel secondo caso.
Mi ha accolto l’Emilia Romagna, non è stato facile ma subito mi sono resa conto di trovarmi in una regione che offriva più possibilità e scelte. Un esempio? Lì l’ufficio di collocamento funziona, il primo lavoro l’ho ottenuto proprio dopo un colloquio al centro per l’impiego della centralissima via Todaro, a Bologna.
Si fa un gran parlare negli ultimi tempi di brain drain, di fuga di cervelli; via dal Sud, via dall’Italia, dove c’è lavoro, dove la meritocrazia viene tenuta in conto e non soccombe sotto la scure del clientelismo.

La fuga non è un fenomeno degli ultimi tempi ma, complice una crisi che impoverisce sempre più famiglie, di recente il fenomeno si è acuito.
I giovani, di qualsiasi ceto sociale,  laureati, diplomati, non scolarizzati, lasciano l’Isola per cercar fortuna al nord, per cercare il lavoro che in Sicilia non c’è.
E’ un male? Fermo restando che la Sicilia dovrebbe essere messa in grado di offrire pari opportunità ai suoi cittadini al pari delle altre Regioni italiane, ritengo che partire, lasciare, anche solo per un periodo definito, la propria terra natia possa essere arricchente, sotto tutti i profili.
Non solo perché si entra in contatto con nuove realtà, modi di vivere, tradizioni, cultura, sì perché – per fortuna – sono ancora tante le differenze che caratterizzano i nostri paesi, ma anche, e soprattutto, perché ci si mette in gioco, ci si confronta.

Spesso partire è un’alternativa al nulla, al non voler scendere a compromessi, al non voler promettere voti, al non dover chiedere favori. “Partire è un po’ morire” se pensi agli affetti che lasci, alle abitudini che abbandoni.
L’Isola, così amata, così odiata, così difesa quando attaccata, così vilipesa quando è ostile, nemica, quando è teatro di scandali e stragi, l’Isola si fa fatica a lasciarla senza rimpiangerla almeno un po’.
“Ma il nostro mare”, “ma il nostro sole”, “sì, ma i nostri sapori” queste sono le obiezioni che senti fare al siciliano doc a piazza Maggiore che si confronta con il bolognese che decanta la città della torre degli asinelli.

Eppure come veniamo staccati dal seno materno, per crescere, allo stesso modo occorre staccare il cordone ombelicale  dalla terra natia.
Partire è anche arrivare, approdare dove puoi lasciare qualcosa di te; è un reciproco rapporto di dare e avere che instauri con il luogo e la comunità che visiti.
Così è stato per me.
Ho ancora rapporti con Bologna; la comunicazione, lo scambio di idee, la condivisione con i colleghi emiliani non si è interrotto, è un’esperienza che mi ha arricchito ma sono convinta di aver donato loro parte del bagaglio che dalla Sicilia è approdato nella città dell’università più antica d’Europa.
Scelte di vita e di necessita mi riconducono nella Sicilia che non è la mia terra, ma che al tempo fu la scelta di mio padre.
A chi mi chiede chi me lo ha fatto fare di ritornare, rispondo: “Mi piacciono le sfide”.

Marina Mancini


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