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Lettere alla Sicilia

Ma ci vuole una rivoluzione

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Restare  e lottare per un domani diverso: in Sicilia c’è proprio bisogno di frenare la fuga di tutti i giovani che, giorno dopo giorno, e sono i migliori, stanno facendo le valigie e si stanno trasferendo al nord Italia quando non sempre più frequentemente anche all’estero, con un giuramento: “non tornerò mai più”. Per questo bisogna una seria riflessione sullo stato delle cose per dare una svolta alla situazione.

Come nel resto d’Italia paghiamo, intanto, lo scotto di una gerontocrazia a tutti i livelli: dal mondo della politica al mondo dell’economia così come nel mondo della pubblica amministrazione. Ci troviamo davanti a una “classe dirigente” assolutamente auto-referenziale che non ha solo l’istinto dell’auto-conservazione, ma ha solo e unicamente il progetto di conservare la  propria condizione di privilegio rispetto all’”occupazione” vera e propria delle istituzioni e dell’economia regionale in danno di tutti i cittadini siciliani.

C’è la necessità di fare sistema contro una politica, di destra e di sinistra, ormai del tutto omologata che non ha alcun vero interesse per un progetto di rilancio della nostra comunità, della nostra economia, della nostra vita sociale e culturale. La cultura imperante è quella dei clientes  di cuffariana memoria, solo che a differenza di oggi il governatore Cuffaro non nascondeva il suo modo di relazionarsi con il proprio elettorato e, al contempo, portava avanti una linea politica “ad includendum” cercando di coinvolgere nel progetto di governo della Sicilia anche chi non fosse appartenente al suo schieramento. Adesso, invece, il progetto della politica è quello dell’esclusione di tutti coloro che non sono asserviti, alla continua ricerca di camerieri che possano diventare piccoli pezzi di una diabolica macchina del consenso.

Oggi della Sicilia non interessa più a nessuno. Avanza la paralisi della macchina amministrativa regionale dovuta al tentativo di occupare tutti gli spazi esistenti ad ogni costo. Nel dicembre 2008 è stata pure approvata una finta riforma della Regione siciliana, entrata in vigore dal primo gennaio di questo anno, per occupare tutte le poltrone disponibili con il "trucco" di cambiare il nome delle posizioni dirigenziali, collocando i propri uomini e aggirando clamorosamente la Corte Costituzionale che aveva giudicato, nell’aprile 2008, fuori dal dettato costituzionale la norma voluta nel 2002 dall’Assemblea regionale siciliana che consentiva lo “spoil system” a tutti i livelli dirigenziali e non solo per i vertici , tutte le volte che un qualsiasi governo si costituisse.

Con questo continuo e sconcertante giro di valzer di dirigenti portato avanti dal governo Lombardo si sta andando verso la totale paralisi della macchina amministrativa; basti pensare, solo per fare un esempio, ai fondi di Bruxelles non impegnati nel settore della formazione professionale - si parla di 250 milioni di euro – che restano nel cassetto dal 2006 e che verranno restituiti nel caso in cui non si provveda al loro molto improbabile impiego entro il 31 dicembre prossimo.

Sarà la cultura imperante del precariato, ma il risultato è che tutta la dirigenza regionale si può dire essere costituita da “dirigenti precari” visto che in media ogni sei mesi c’è un avvicendamento che scompagina qualsiasi ipotesi di organizzazione del lavoro  e di obiettivi da raggiungere. Ciò che conta non sembra essere l’obiettivo, ma l’appartenenza dei dirigenti. Questo sistema sta portando alla paralisi di tutto ciò che gira intorno alla Regione, cioè gran parte dell’economia siciliana, né, d’altra parte,  questa classe politica ha l’autorevolezza per potere portare nuovi investimenti in Sicilia.

Ma questo malato terminale, la Sicilia, è secondo me ancora recuperabile. Certo se oggi ci fosse il bandito Giuliano a lottare per l’indipendenza forse molti più siciliani aderirebbero al progetto dell’EVIS (Esercito volontari per l’indipendenza della Sicilia) di diventare una delle stelle degli States. La domanda sarebbe spontanea: preferireste essere sudditi del basso impero della mignottocrazia berlusconiana o cittadini degli Stati Uniti di Obama?

Dario Matranga


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