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Il verbale

Da Roma arrivò l'ordine:
uccidete De Mauro

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L'omicidio di Mauro De Mauro, come altri delitti “eccellenti”, sarebbe stato ordinato da Roma. Il retroscena sull'eliminazione del giornalista de “L'Ora” è stato raccontato da Massimo Ciancimino ai pm Antonio Ingroia e Sergio De Montis, quest'ultimo conduce anche il processo in corte d'Assise a Palermo.

Massimo Ciancimino ha consegnato ai magistrati alcuni fogli scritti dal padre allegati a due articoli di stampa: uno del Giornale di Sicilia del 26 giugno 1988 e uno del Corriere della Sera del 20 novembre 1992. I documenti sono stati depositati agli atti del processo. Massimo Ciancimino racconta – riportando quanto raccolto in occasione di un libro che volevano scrivere a quattro mani – come Don Vito fin dal 1970 era stato chiamato a Roma dagli allora ministri Restivo e Ruffini “a svolgere il ruolo di intermediario tra lo stato e i suoi paesani in alcune vicende delicate quali, primo tra tutti, il 'golpe Borghese'”. “Spesso la mafia – continua Ciancimino jr - ebbe solo il ruolo di manovalanza nell'organizzare ed eseguire delitti eccellenti in realtà commissionati da ambienti istituzionali romani”. Il delitto De Mauro, Pietro Scaglione e a seguire gli omicidi di Mattarella, Dalla Chiesa “e così via fino alle stragi del 1992 e 1993”.

“Mio padre in un primo momento aveva ricondotto il movente dell'omicidio Scaglione – aggiunge Massimo Ciancimino - a una possibile vendetta". Il giudice Scaglione si sarebbe, infatti, rifiutato " di visionare, su richiesta di mio padre, il dossier processuale di Liggio". Così "quasi sentendosi in colpa, e contravvenendo a una regola che si era imposto, mio padre chiese spiegazioni a Provenzano del perché avessero ucciso Scaglione, che, come ho già detto, era un amico di famiglia, lamentandosi di non essere stato informato". Gli stessi Riina e Provenzano "gli avevano chiesto, proprio in quel periodo, di raccogliere informazioni da Scaglione su eventuali indagini sui cugini Salvo. Provenzano gli disse anche che uno dei principali motivi che aveva indotto i romani a sollecitare l'eliminazione di Scaglione era l'inchiesta che lo stesso stava seguendo sul delitto De Mauro”.

Il giornalista, infatti, secondo quanto appreso da Massimo Ciancimino, “era stato eliminato per le inchieste che in quel periodo stava conducendo: golpe Borghese e delitto Mattei”. Ma alla presunta responsabilità dei “corleonesi” - Totò Riina è l'unico imputato al processo – Don Vito aggiunge anche quella di un “palermitano” come Stefano Bontade. “Ricordo che mio padre mi disse di aver parlato con Stefano Bontade dell'omicidio De Mauro – spiega Ciancimino jr - accusandolo di aver innestato un meccanismo perverso che aveva condotto all'eliminazione di Scaglione, personaggio a suo dire integerrimo ma garantista, quindi attribuendo allo stesso Bontade una responsabilità nel delitto De Mauro”.

Don Vito nei suoi appunti cita anche l'avvocato Vito Guarrasi sostenendo che questi "aveva svolto lo stesso ruolo che lui svolgeva con Provenzano, però con l'ala dura corleonese di Riina e Liggio".


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