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Nasce Forza del Sud

Cronache dal Miccimondo


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berlusconi, micciché, Politica
Nel Miccimondo tutto è bello. Le cravatte sono arancioni e noi discendiamo dalla Magna Grecia. Voi dagli Unni e ci avete il verde come unico colore (il verde malato dei prati padani, con gli escrementi delle mucche, contributo di Livesicilia alla causa). Perciò, tiè.
Nel Miccimondo, nel mondo di Gianfranco Miccichè, tutto luccica per ora. Splendono i sorrisi delle hostess. La calca è calca sul serio. Solo una lieve ossessione nei gusti musicali da segnalare e correggere. Non si può costringere il povero cronista, rintanato in sala stampa, ad ascoltare per 50 volte di seguito (la conta c'è stata) "Siamo meridionali" di Mimmo Cavallo a volume uso Cep. Perché poi ti viene una voglia matta di uscire all'aria aperta, per mangiare polenta e sfiatare "O mia bela Madunina" a pieni polmoni. Alla cinquantunesima volta di "Siamo meridionala (ooooh) siamo meridionala (eeeeh)" pure Calderoli sembra una soluzione. Finale.

Ok, basta con gli scherzi. La notizia è che - piaccia o non piaccia - il Miccimondo c'è sul serio. Esiste. Lo tocchi con mano. E gli altri mondi, di Raffaele Baffetto Tetro e Silvio Rubycuori,  dovranno tenerne conto. Vogliamo dire che i membri della calca che ha gremito il Politeama di Palermo per l'avvento di Forza del Sud siano tutti vecchi arnesi in cerca di collocazione? Potremmo scriverlo, per satirizzare con semplicità. E sarebbe una spudorata menzogna. Abbiamo incontrato occhi buoni di gente che ha sofferto, anime purganti in cerca di speranza. Che il Miccimondo sia il luogo adatto per conforto e soluzione è, ovviamente,  un'altra trama.

Assiso al centro del Miccimondo c'è Gianfranco. Sale sul palco in un tripudio napoleonico. Appare più lucido della confusa comparsata a La 7. Miccichè è uomo da platea, non da contraddittorio. Ha bisogno di un mare di teste, un Mediterraneo caloroso e vibrante davanti a sé, per azzeccare il registro giusto. Non a caso ai bei tempi, quando Silvio era ancora un padre benevolo, fu la comunicazione di Gianfranco a sfondare il muro del 61 a 0 nella provincia sicula. Parole non complesse, normali. Non è il linguaggio da vicerè di Lombardo. Parole che usano due contrappesi. Impauriscono ("Il film è finito, soldi non ne arrivano più"). Mostrano i contorni di un sogno impossibile. Che piace ed esalta la folla proprio perché somiglia a un traguardo irrealizzabile. Tu sei incatenato alla sedia e ti viene voglia di provarci. Sì, Gianfranco è rimasto un ottimo mercante di sogni.

Che sia anche possibile trasformarli in pane e companatico è una fastidiosa e necessaria domanda non contemplata nel momento del fulgore e dell'ostensione. Miccichè è consono nel tracciare la strada, ma è stato fin qui scarso nel percorrerla. Se la prende con la classe dirigente autoctona. E uno gli chiederebbe: scusi, lei dove era? Scusi non era lei il braccio destro del sire nostro, Silvio? Scusi, non avete regnato nella stessa epoca? Sono evidenze che pesano. Né un soffuso accenno "alle nostre colpe" basta a zittire il mormorio di una stridente contraddizione.  Altra dissonanza: le sferzate a Lombardo con cui fino a ieri "si spartievanu u sonno", confessa un anonimo presente. Non sono credibili.

Ma queste son corbellerie da cacadubbi che oggi non scalfiscono il sorgere del Miccimondo, con o senza Silvio, al Politeama. Noi siamo arancioni come il sole, belli come il cielo di Castelvetrano, forti come il vento di Chiusa Sclafani. Siamo "meridionala", sì o no? Gli altri hanno prati verdi pieni di cacca di mucca. Sarà vero? Proviamo a chiederlo a Renato Pozzetto, lumbard doc, seduto sorprendentemente in platea. "Guardi - si schermisce lui - io non sono addetto ai lavori. Sono qui solo per il mio amico Gianfranco". Però che ideona, il Pozzetto alla Nascita del Miccimondo. Lombardo, dai, arruola Massimo Boldi.


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