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L'inFelice

Grazie Papa, ma ora
parliamo di Iolanda...


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Se potessi fare arrivare la mia voce al Papa lo ringrazierei per quanto ha fatto e ha detto durante la visita del 3 ottobre in Sicilia. E adesso lo spiego. Ma lascio in coda un paio di osservazioni. Intanto, sull’impegno che d’ora in poi grava fra i vescovi e i sacerdoti delle diocesi siciliane nel contrasto a una mafia che non è solo criminalità sanguinaria, ma anche malaffare annidato nella pubblica amministrazione. Infine, richiamerò un nodo irrisolto e fin troppo aggrovigliato perché si dovrà pur fare chiarezza sul diritto di tanti convinti cattolici a non essere considerati biechi peccatori solo perché divorziati, trasformando in una condanna a vita il destino di avere avuto alle spalle un matrimonio andato in frantumi. Come accade in qualche parrocchia. Come è incredibilmente accaduto, alla vigilia della visita del Pontefice, nella chiesa della Palermo-bene, la parrocchia di Regina Pacis, dove si caccia via dall’ambone, dallo scranno accanto all’altare, e si nega la lettura del salmo durante la Messa, a una signora divorziata da 16 anni, risposata da 13, madre di una bimba di 12 anni, religiosissima come il marito, entrambi apprezzati da chi frequenta quella comunità religiosa, comprese le mamme che da anni affidano i loro bimbi al catechismo della stessa signora, Iolanda Serra.

Cominciamo con il ringraziamento. C’è chi ha provato a guastare la festa della visita di Benedetto XVI anticipando mille dubbi sui presunti silenzi di un Papa che invece parla, azzecca il tiro, sconfessa i mafiosi, va dritto al cuore dei fedeli, lancia un monito contro i pedofili, contro la malaeconomia, contro chi si cela dietro “i capitali anonimi”, come ha fatto nelle ultime settimane, da Londra a Palermo e Roma.

C’è chi ha sbagliato grosso il 3 ottobre, facendo il saputello con interviste e comunicati a mezzogiorno di quella solare domenica, subito dopo la Messa al Foro italico di Palermo, perché secondo qualche critico spigoloso non sarebbero stati sufficienti i riferimenti del Pontefice sulla bontà e sull’esempio di don Pino Puglisi. Come dire che, secondo quegli intempestivi censori, bisognava dire di più, magari tenendo lontano il sindaco Diego Cammarata, accolto invece dal Papa sul palco della Marina, ringraziato e ricordato a gran voce, con evidente soddisfazione della sua compagna seduta in prima fila fra presidenti, ministri e prefetti.

Che il nostro primo cittadino non sia proprio amato da una parte della comunità, che qualche vignettista lo descriva senza volto, con Martini e racchetta da tennis fra le mani, che la storia del precario in servizio come skipper sia un macigno sulla sua immagine si sa. Ma quella domenica sarebbe stata un oltraggio la sua assenza, sovente registrata in altre ordinarie e non solenni occasioni.

Per il resto, i censori avrebbero dovuto attendere il pomeriggio, tacere e poi ascoltare l’anatema contro la mafia come fabbrica di morte, per sentire parlare il Papa in modo ancora più esplicito dell’esempio di don Puglisi prima con i parroci siciliani, poi con i giovani a piazza Politeama. Finendo con l’omaggio ai caduti di Capaci, sull’autostrada, in preghiera per Falcone, Francesca Morvillo, gli agenti di scorta.

Azioni e discorsi frutto di studio, approfondimento, riflessione in Vaticano, come si evince dai testi delle note ufficiali preparate nei giorni precedenti e distribuite quella domenica con lo svolgersi di impegni e appuntamenti. Quindi, con una regia consapevole. Quella che mancò, diciamolo con chiarezza, per il forte monito lanciato da papa Wojtyla nella Valle dei Templi quando tuonò contro i mafiosi, dicendo che “l’ira di Dio arriverà un giorno...”.

Una frase pronunciata con impeto improvviso, fuori da ogni testo ufficiale. Perché per quella visita il fenomeno mafia non era stato considerato prioritario dalle gerarchie ecclesiastiche. Tanto che il Papa a Palermo non ne aveva parlato né, spostandosi ad Agrigento, alcun testo lo prevedeva. Ma la Messa celebrata sotto il Tempio della Concordia fu preceduta da un incontro riservato del Papa, incastonato nel programma come un evento privato. Accadde così che gli anziani genitori di Rosario Livatino, il padre e la madre del religiosissimo giudice-ragazzino ucciso dalla mafia, fossero ammessi a porte chiuse davanti a Giovanni Paolo II. Cosa si siano detti quei tre vecchi che non ci sono più non lo sa nessuno. Ma deve essere scattata fra loro la scintilla del moto intimo esploso poco dopo, al di fuori d’ogni nota ufficiale, con la veemenza di un’ira che fu l’ira di Wojtyla, commosso e turbato.

È lo stadio di questa emozione, potremmo dire casuale, che si supera con la visita del 3 ottobre. E si supera il passo di una Chiesa per anni piegata dal dolore del sacrificio di padre Puglisi, ma non così determinata da presentarsi in giudizio al processo contro i boss come parte civile, nonostante gli appelli espliciti di tanti gruppi cattolici e della stessa magistratura. Ma si sa che ha bisogno del suo tempo la Chiesa. E forse sarebbe improprio forzare. Anche se resta talvolta l’amarezza di chi a Palermo, dopo aver visto mandare via dalla città, in esilio a Messina, per ordine della magistratura un prete accusato di pedofilia, ha dovuto assistere contemporaneamente al trasferimento da parte della Chiesa, verso la stessa Messina, di un sacerdote impegnato nei quartieri palermitani contro i pedofili.

Scelte talvolta lente o discutibili. Adesso il Papa sembra aver dato una scossa. Su più fronti. E la Chiesa siciliana non ha più alibi per fermarsi alle parole perché, torniamo al tema mafia, si tratta di passare all’operazione sgancio non solo da chi spara, ovviamente, ma anche da chi non pratica il bene della cosa pubblica all’interno delle amministrazioni pubbliche, nei partiti, nei centri nevralgici della vita politica ed economica.

È la scossa che rimbalza contro i pedofili e contro la minaccia dei capitali anonimi, pur restando in piedi qualche sospetto sulle finanze vaticane legate al non glorioso passato dello Ior, la banca un tempo guidata da Marcinkus, ancora sotto osservazione giudiziaria. Ma questa è un’altra storia, si potrebbe dire.

Non è un'altra storia, invece, la seconda osservazione che anticipavo con riferimento alla signora Serra, mite, garbata e devotissima cattolica offesa, mortificata da un parroco che ignora il documento fotocopiato tra i fedeli. Un testo di qualche anno fa, una direttiva della “Congregazione per la dottrina della Fede” firmata “prefetto Ratzinger” e, allora, avallata da Papa Wojtyla per indicare una linea di comportamento ai sacerdoti sui cosiddetti “divorziati risposati”, sulla possibilità di farli accedere all'Eucaristia: “... Si tratterebbe di una soluzione pastorale tollerante e benevola per potere rendere giustizia alle diverse situazioni dei divorziati risposati”.

Più di un auspicio, meno di una autorizzazione generalizzata. Lo dice la lettera indirizzata ai vescovi: “... Non sarebbe possibile un'ammissione generale dei divorziati... ma essi potrebbero accedervi in determinati casi, quando secondo il giudizio della loro coscienza si ritenessero a ciò autorizzati”. Una indicazione di massima, quindi. Ma che apre un dibattito e non chiude la porta del dialogo. Come dice chi distribuisce le fotocopie della lettera firmata Ratzinger e chiosata da due righe esplicite: “Il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II ha approvato la presente Lettera... e ne ha ordinato la pubblicazione”.

È quella firma del prefetto divenuto pontefice che pesa oggi, che pesava domenica 3 ottobre quando la Serra è rimasta a casa, davanti alla Tv, forse lieta di vedere salire il sindaco Cammarata al cospetto del Santo Padre, a sua volta pronto ad accogliere e ringraziare quel primo cittadino poi tornato in prima fila, accanto alla compagna della sua seconda vita coniugale dalla quale ha avuto una stupenda bimba dopo il matrimonio andato in frantumi. Ed è un bene che il Papa lo abbia accolto e benedetto. A differenza di quel parroco che tiene lontana la devota catechista.


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