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La replica

La rivolta dei 'portaborse':
"Non siamo noi i parassiti"


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Non chiamateli portaborse, si offenderebbero. Nei corridoi dell'Ars in questi giorni non si parla d'altro: si apre il giornale la mattina e si legge quanto riportato nell'inchiesta condotta da un quotidiano locale sui costi dei dipendenti dei gruppi parlamentari all'Assemblea Regionale. “Ci hanno fatto sentire dei parassiti - dicono - mentre da anni noi lavoriamo senza guardare orari, sia di giorno che, se necessario, di notte”.

Laura Calcagno, dipendente stabilizzata del gruppo parlamentare del Pdl, contatta la redazione di Livesicilia per dare la sua versione dei fatti: “Lavoro all'Ars ormai da tantissimi anni – racconta – ho iniziato nel gruppo parlamentare della Democrazia Cristiana. Sono stata stabilizzata, insieme ad altri 19 colleghi, il 30 luglio del 1996. Di quei venti stabilizzati quattordici anni fa, oggi siamo rimasti in sedici perché intanto gli altri sono andati in pensione. Anche sulla retribuzione... abbiamo letto di cifre esorbitanti, si è parlato di 7000 euro netti al mese. Nessuno di noi arriva a queste cifre nette. E anche ipotizzando che qualcuno con la dovuta anzianità lavorativa abbia maturato uno stipendio da 4000 – 4500 euro mensili, abbiamo un contratto, lavoriamo e non stiamo rubando niente a nessuno”.

Anche dal Mpa si alza una voce. È quella di Pietro Galluccio, che in una lettera aperta inviata a giornalisti e deputati denuncia la sua condizione, firmandosi “dipendente non stabilizzato del Gruppo parlamentare MpA con 18 anni di anzianità di cui 8 fatti in nero ho una busta paga di 1.639 euro”. Nella sua lettera, Galluccio scrive: “Innanzitutto dal punto di vista formale va chiarito che non tutti gli assunti sono stabilizzati. C'è chi, come il sottoscritto, si è fatto i suoi bravi (e lunghi) periodi di disoccupazione in attesa che un gruppo parlamentare lo assumesse, perché se è vero che l'ARS elargisce un contributo per i nostri stipendi, è altrettanto vero che se nessun gruppo ci fa un contratto noi restiamo a spasso come qualsiasi cittadino”.

La lettera di Galluccio continua con una denuncia: “E' vero – scrive il dipendente parlamentare – che fra i dipendenti dei Gruppi ce ne sono alcuni (pochi) che guadagnano cifre stratosferiche (e, secondo la mia opinione, ben oltre il limite della decenza), ma che certamente non si sono assegnati gli stipendi da soli e qualcuno deve pure aver firmato i loro contratti, assumendosi la responsabilità di non pagare poi i contributi previdenziali (e non pagarli sia per i dipendenti "ricchi" che per quelli "poveri"). Se di indecenza si deve parlare allora, che lo si faccia cominciando a vedere da quale punto comincia a puzzare il pesce”.

Galluccio chiude il suo sfogo con una provocazione: “Nel Parlamento che ha il costo pro-capite per eletto maggiore d'Europa (ci siamo dimenticati forse che i deputati all'Ars sono auto-adeguati ai senatori ma stranamente guadagnano molto di più?), in questo ricco parlamento, vuoi vedere che alla fine i colpevoli di tutto sono i 73 dipendenti che hanno stipendi normali?”.

Infine, anche Pippo Montedoro, addetto stampa del gruppo Pdl, ha diffuso il suo punto di vista sulla vicenda, partendo proprio da un excursus personale: “nel ’92 – scrive Montedoro – chiude il giornale L’Ora, ove lavoravo da redattore anziano; per quattro anni e senza santincielo, raggranellai l’equivalente di un basso stipendio mensile dirigendo un giornale a fumetti, uno per medici pediatri e collaborando a uno di annunci economici; nel ’96, avendo contattato la Politica nel tentativo estremo di riaprire il L’Ora del quale noi giornalisti avevamo il comodato d’uso della testata dormiente, anzi in coma, finii candidato per smarro alle Regionali; dopo un lusinghiero e non sperato risultato elettorale (che, comunque e naturalmente, non mi è servito per essere eletto) fui contattato da un deputato che mi propose di diventare l’addetto stampa del suo Gruppo parlamentare all’Ars. Quindi, nessun rapporto diretto con alcun deputato, nessuna collaborazione pregressa con la politica istituzionale”.

Montedoro conclude la sua lettera con una valutazione sul polverone mediatico sollevato: “Il fatto che a ogni fine legislatura (o, comunque, a fine rapporto) noi si venga licenziati e riassunti e che, a causa, del doppio quando non triplo cud annuale, si paghino cifre Irpef al di sopra delle nostre possibilità è cosa che voi ben sapete. La sperequazione che da oggi voi sottolineate esiste ma non sta a me protestare perché il tal collega, con stesso mio contratto di lavoro, può anche esser meglio retribuito da me. Però, non posso esimermi dal chiedervi, da ora in poi, di non generalizzare troppo il …problema, perché non divenga una querelle fra me e quanti sono nella mia stessa piccola barca, sia con voi sia con chi, invece, viaggia sul transatlantico da crociera”.


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