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Lettera ad una professoressa


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antonio ingroia, racket, scuole palermo, S
Gentile professoressa, ho deciso di scriverle dopo avere saputo che Lei, intervenendo durante un dibattito sull’estorsione nell’ambito del Festival della legalità, si è seriamente interrogata sulle speranze che hanno i suoi studenti, i ragazzi delle nostre periferie. Che futuro possiamo offrirgli? Come possiamo pretendere da loro un cambio unilaterale se non vedono una vera rivoluzione nella nostra società? Come possiamo convincerli che conviene denunciare l’estorsore? Solo con le parole?

Lei ha ragione: le parole non bastano senza la forza dei fatti. Se i fatti sono quelli che questi ragazzi conoscono, se loro vedono quotidianamente un’altra realtà, dura e apparentemente inattaccabile, è difficile cambiare le cose. E sono d’accordo con Lei sul fatto che non basta proclamare che “bisogna” difendere la coerenza delle scelte etiche di fondo, che “è bello” stare dalla parte giusta, dalla parte della cultura della legalità, che qualsiasi tentennamento equivale alla sconfitta, che non esistono alternative, che non bisogna dubitare ma credere. Obbedire e combattere? No, non sono questi gli argomenti che possono convincere i suoi ragazzi di Brancaccio, lo so. E lo sapeva bene Padre Puglisi che stava con loro e dalla loro parte, che non predicava soltanto il “dover essere” dalla parte del Bene contro il Male.

Ed allora? Abbandonarsi alla rassegnazione, alla rinuncia? No, cara professoressa, non è vero che non esistono alternative alla paura. Dobbiamo costruirla insieme questa nuova Sicilia dove la legalità sia “conveniente”. E dobbiamo cominciare informandoci ed informando. Le prime armi sono l’informazione e la formazione, da affidare ad un esercito di buoni insegnanti, come raccomandava Gesualdo Bufalino.

Apriamo un dialogo con questo ragazzo, il suo alunno che dice che cinque suoi familiari sono stati uccisi per il solo fatto di non aver pagato il pizzo. Il tema va approfondito perché – semplicemente – non è vero. Sono anni che non si verificano omicidi motivati dal solo mancato pagamento del “pizzo”. E mai sono state uccise per il “pizzo” cinque persone legate fra loro da vincoli familiari.

È vero, invece, il contrario. Dopo l’omicidio di Libero Grassi, da quando una parte, sempre più consistente, di imprenditori palermitani ha cominciato a capire che è possibile ribellarsi al racket del pizzo senza subire ritorsioni purché si crei una rete di alleanze e solidarietà, come le associazioni anti-racket dimostrano, le cose sono cambiate. E oggi ci sono mafiosi che hanno, letteralmente, paura di entrare in un negozio per chiedere il pizzo, per il timore di essere denunciati.

Certo che la gente ha diritto di avere paura, ci mancherebbe! Ma ha anche il diritto di avere coraggio. E per consentire di esercitare questo diritto e per dargli ancora più coraggio, acquisiamo le informazioni corrette e mettiamole a loro disposizione. Spieghiamogli perché liberi dalla mafia si vive meglio. Spieghiamogli che oggi Cosa Nostra non è più prepotente sul territorio come una volta e che il mito dell’impunità dei mafiosi si è incrinato per sempre. E che un poco più liberi dalla mafia si può, anche nei quartieri più difficili. E si può perché sono sempre più quelli che ci riescono. Senza rischiare la vita più di quanto non la rischi chiunque, per un incidente o per una rapina.


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