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Perché merita di essere il numero uno

Nuovo elogio di Sirigu
(a prescindere da ieri)


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(rp) Il destino di una giovane promessa nelle mani e nel respiro. Grandissime le prime, corto il secondo. Ma in certe storie belle come le favole ciò che eccede e ciò che manca si combinano con grazia, fino a raggiungere un armonioso equilibrio. Questa fiaba si chiama Totò Sirigu. Totò (Tore lo chiamano gli amici, come suggerisce un amico di queste pagine) aveva il fiato labile e giocava da attaccante nelle squadrette del suo paese, a Nuoro. Quando la porta si avvicinava i polmoni si allontanavano e cedevano di schianto. Un professore si accorse delle mani immense, dita spalancate pronte ad afferrare. Disse: “Perché non vai in porta?”. E fu l'inizio del “C'era una volta”.

Gli almanacchi sportivi che l'hanno scoperto hanno sciorinato in lungo e in largo la biografia di Salvo Sirigu ragazzo sardo. E la Sardegna non è semplicemente un elemento a casaccio della biografia, un vezzo geografico. Anch'essa è un destino supplementare, un mito secolare. Basterebbe leggere certi racconti calcistici di Gianni Brera per rendersene compiutamente conto. Basterebbe ricordarsi dello scudetto del Cagliari povero e stupendo, guidato da Giggiriva-rombo di tuono, nativo della nordica Leggiuno, ma pacificato solo nell'agra terra sarda. Basterebbe avere sentito parlare una sola volta del “filosofo” Manlio Scopigno o anche avere incontrato, in una occasione da delibare, Comunardo Niccolai in eurovisione. La “sardinità” è un valore aggiunto. E' una qualità dell'anima che la rende di roccia, friabile nei momenti condivisi di gioia, durissima se c'è da lottare.

Totò (nome adottivo felicemente siciliano) questa forza ce l'ha. Recupera. L'abbiamo visto confuso, stranamente indeciso, pervaso da una collera estranea a un ragazzone educato e perbene come lui, dopo uno strafalcione internazionale con l'Estonia. Errore fu. Ci sono partite in cui la palla è un attrezzo intriso di perfidia. Quella sera un tiro sputacchiato da un deserto e mezzo di lontananza si impirugliò nelle mani del prode Salvatore e rimbalzò in campo. Un Carneade ebbe la sveltezza di ribadire a filo di rete. Gol e frittata. Sirigu recupera, tranquilli. Con qualche nervosismo, ha avuto l'impeto di uscire da un viluppo di critiche esagerato. Ed è tornato il marmoreo protagonista di ogni domenica. A Firenze ha calato la proverbiale saracinesca. Tanti i palloni scagliati contro la sua porta, tutti innocuamente respinti lontano. Chi ricorda Salvatore nostro? Lo chiamano Walterino per somiglianza – dicono – con Zenga. In effetti ne possiede l'esplosività del riflesso. Ma ha anche il senso del piazzamento di un Zoff e il corpaccione impenetrabile di un Peruzzi. Scusate, se vi pare poco. Inoltre ci pare di avere intravisto la qualità fondamentale per un portiere che aspiri giustamente alla titolarità della Nazionale, a un futuro da vero numero uno.

L'abbiamo accennata a proposito dell'Estonia, meglio metterla a fuoco. Il ragazzo sardo è uno che sa rialzarsi, dote primaria per chi fa il suo lavoro. Il gol è una sorte ria e inevitabile. L'importante è il coraggio con cui pieghi la schiena per levarti “quella spina rotonda dalla carne” (espressione di Jorge Valdano, attaccante unico, scrittore sopraffino). E' la ripartenza che conta, la luce che riesci ad accendere dopo il buio della marcatura al passivo. Totò Sirigu è bravo nel fondamentale. Ricomincia benissimo ogni volta. Ed è il modo più sicuro per essere al centro di un altro precetto di Valdano: “Dite a coloro che mi hanno insegnato a sognare che non ho smesso di farlo”. Sognare, volare. Non è il lavoro del portiere?

Ps. Ma li avete visti - a prescindere dai gol - Sirigu e Viviano in campo? Non è solo questione di parate. Già dalla camminata si capisce chi è il titolare della Nazionale e chi no.


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