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La morte di Norman

La lettera di Claudio Zarcone
Papà del dottorando suicida


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Cosa prova un pipistrello ad essere un pipistrello?
Ovvero, cosa prova un suicida ad essere un suicida


Qualcuno potrebbe mai pensare che io, padre di un suicida, possa celebrare l’elogio del suicidio? Qualcuno riesce minimamente a immaginare come si è dilaniati da fantasmi dai mille volti e da demoni dalle apparenze orripilanti, quando ti muore un figlio? Quindi non farò un elogio del suicidio, ma non voglio neanche che questo gesto venga banalizzato alla semplice formula di “mal di vivere”. Ogni suicidio è diverso da un altro, le motivazioni sono diverse, i contesti culturali sono diversi, le modalità sono diverse. Ridurre il suicidio a “mal di vivere”, a mio avviso, non ci spiegherà perché molti giovani in questo millennio scelgono tale via lacerante, per se stessi e per le loro famiglie.
Lo scrittore Hugo von Hofmanstal addirittura morì di apoplessia durante il funerale del proprio figlio, morto suicida. Tanti scrittori e pensatori illustri sono morti con la propria mano, gente che malgrado tutto aveva dei resoconti culturali fortissimi con i quali confrontarsi e attraverso i quali evitare di autoinfliggersi la morte.
Cito un passo di Camus tratto dal saggio "Il mito di Sisifo", il quale recita: «Vi è solamente un problema filosofico veramente serio: quello del suicidio. Giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta è rispondere al quesito fondamentale della filosofia». Eraclito – racconta il mito – si gettò nell’Etna per amore di conoscenza, Tito Lucrezio Caro morì suicida, Seneca (condannato da Nerone) morì suicida. Georg Trakl, Otto Weininger, Ludwig Wittgenstein, Carlo Michelstaedter,  Drieu La Rochelle, Yukio Mishima morirono suicidi. E non stiamo parlando di giovani invaghiti dal “velinismo” televisivo o infatuati dal mito di Kurt Cobain, il leader dei “Nirvana”, anch’egli morto suicida. Stiamo parlando di fior di pensatori e letterati, che ciascuno, per vie diverse, per motivazioni diverse, volle uscire fuori dal mondo per sconfiggere gli eventi con un terribile atto di decisione.Egesia di Cirene, filosofo di scuola greca vissuto intorno al IV/III secolo a.C. si rese conto che la felicità, per quanto anelata non fosse mai raggiungibile. Siccome “l’anima soffre e si turba col corpo e la fortuna impedisce di conseguire ciò che si spera”, pare che per lui l’unico tentativo di cercare la felicità fosse la morte. “La vita è un bene per lo sciocco, è indifferente per il sapiente” diceva, nello scritto “Colui che si lascia morire di fame”, conosciuto anche come “Il suicida”. Per tale ragione venne definito “peisithanatos”, ossia “persuasore di morte” (o “avvocato della morte”).
Chi è nel nostro e nello scorso millennio il “peisithatatos”? Nessuno potrà mai dirlo con certezza. Ma io, da piccolissimo studioso quale sono, posso pensare al mondo patinato della pubblicità e della televisione, ad una società che non comunica più malgrado l’eccesso di comunicazione mass-mediatica. Un giovane un giorno può accorgersi che la vita non è quella felice della pubblicità del Mulino Bianco e della Barilla, ma che essa è fatta di contraddizioni e delusioni. Ma non vale per tutti lo stesso teorema: può valere un amore impossibile e l’aspirazione a ricongiungersi col tutto primigenio (Goethe ci ha lasciato pagine memorabili con “I dolori del giovane Werther”), può essere atto decisionale a causa di una bocciatura a scuola che avrebbe deluso i genitori, può anche essere determinante, a volte, quella banalizzazione che chiamiamo “mal di vivere” (ma non deve diventare un assioma), può essere scelta filosofica come predicava Egesia e si chiedeva Camus, può essere un umano, troppo umano problema economico o di crisi coniugale, o può anche essere un gesto di straziante protesta: vi dice niente Jan Palach, il giovane cecoslovacco che si diede fuoco a Praga per protestare contro l’invasione dei carri armati sovietici nel 1968? Vi sono, è ovvio delle costanti, ma vi sono, credetemi, ve lo dice uno che piange quotidianamente il proprio figlio, troppe variabili indipendenti che portano a dispregiare il proprio corpo. Voglio farvi un esempio. Il filosofo della mente statunitense Thomas Nagel, nel 1974 scrisse un articolo/saggio che ancora oggi fa scuola: «Che cosa si prova ad essere un pipistrello?” Eccolo qua in estrema sintesi: «Non serve cercare di immaginare di avere sulle braccia un'ampia membrana che ci consente di svolazzare qua e là all'alba e al tramonto per acchiappare insetti con la bocca; di avere una vista molto debole e di percepire il mondo circostante mediante un sistema di segnali sonori ad alta frequenza riflessi dalle cose; e di passare la giornata appesi per i piedi, a testa in giù, in una soffitta. Se anche riesco a immaginarmi tutto ciò (e non mi è molto facile), ne ricavo solo che cosa proverei io a comportarmi come un pipistrello. Ma non è questo il problema: io voglio sapere che cosa prova un pipistrello a essere un pipistrello. Ma se cerco di figurarmelo, mi trovo ingabbiato entro le risorse della mia mente, e queste risorse non sono  all'altezza dell'impresa». Cosa voglio dire con l’esempio di Nagel? Che noi potremo solo pensare, in base alla nostra coscienza soggettiva cosa prova un suicida ad essere un suicida, ma sarà sempre e ad ogni modo, un nostro punto di vista. Quello che ci sfuggirà sempre è il punto di vista individuale del suicida.
Quindi, eviterei banalizzazioni e generalizzazioni, poiché il magma interiore che scorre nella mente di un aspirante suicida – mancando il presupposto di una conoscenza oggettiva della sua coscienza - non potremo mai conoscerlo del tutto. Io piango mio figlio, come il vecchio Priamo pianse Ettore, un genitore, infatti, non dovrebbe mai sopravvivere ai propri figli. Lo piango di lacrime dal sapore del sangue versato dal mio povero ragazzo sul suolo della Facoltà di Lettere, per protestare contro coloro che gli stavano rubando i sogni. Per questo sono pieno di rabbia, quasi licantropesca, quando leggo che qualcuno lamenta che a mio figlio si sta dando troppa celebrità. Chi dice questo è inopportuno, dimentico del grande dolore che ha colpito la mia famiglia. Io, ne avrei fatto a meno di questa indesiderata “celebrità”. Ne avrebbe fatto a meno anche mio figlio, a cui sono stati contrapposti coloro che svolgono opera di volontariato: Norman il suo “volontariato” lo aveva fatto conseguendo due lauree con lode, e presto anche un dottorato di ricerca, studiando otto ore al giorno, suonando e componendo musiche, come quella dedicata a Falcone e Borsellino, praticando l’antimafia a Brancaccio. A mio figlio la celebrità non interessava, e non voleva fare il “tronista” dalla De Filippi o il partecipante al “Grande Fratello”. Lui era solo studio e ricerca, musica e passioni dalle molte forme.
Per questo vi dico, evitiamo giudizi sommari, banalizzazioni dei problemi e generalizzazioni come “mal di vivere”. Così come nessuno saprà mai cosa si prova ad essere un pipistrello, nessuno potrà capire mai cosa prova un suicida ad essere un suicida. Ve lo dice chi non smetterà mai più di piangere. Detto per inciso: anch’io ho subito la tentazione del suicidio per accompagnare mio figlio nel suo ultimo viaggio.

Claudio Zarcone


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