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Il lavoro e i rampolli di mafia

La colpa di chiamarsi Bontade


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, Cronaca
La colpa è nel cognome. Non importa chi c'è dietro e che cosa abbia fatto. Non si attende nemmeno una sentenza.  La condanna si emana a furor di strillo mediatico. E la politica famelica se la prende con i più deboli, a ragion veduta. Quel nome può rappresentare un elemento di fragilità. Azzanniamolo. Organizziamo una bella campagna a costo zero.

Chiamarsi Bontade e portare un marchio indelebile. Alla faccia delle panzane su reinserimento e redenzione. Le figlie del boss sono, fino a prova contraria, soggetti deboli e meritevoli di tutela.  Perfino esprimere un normalissimo affetto filiale può diventare un peccato che non si perdona sotto il velo dell'ipocrisia. E che ne sanno i politici dei percorsi umani di due donne, del calvario e del cammino al cospetto di una parentela tanto ingombrante?

Chi scrive prova tenerezza per queste due figlie di mafia. Il tribunale speciale dell'inquisizione ha stabilito con parole untuose e ipocrite la loro condanna al pubblico rogo. Le ha strappate dall'ombra in cui cercavano riparo, per un gruzzolo di visibilità. La prima è finita nel tritacarne di una inchiesta sui beni confiscati, condannata senza appello. C'è reato? E chi lo sa? Non basterebbe attendere l'esito degli accertamenti per esprimere un giudizio motivato, casomai di fermissima colpevolezza, per procedere con lo sdegno radoppiato e coronato da una legittima indignazione? Mai. Il sangue si beve finché è caldo.
La seconda viene crocifissa per una eventuale spintarella che le avrebbe consentito di ottenere un contratto già scaduto.

Suvvia, onorevoli Catoni, e non lo sapete? Il lavoro sminuzzato in sigle e consorterie è in eterno una riserva di caccia siciliana della politica. La vostra riserva.  Tutti raccomandati e "spinti" da voi sono. Da voi che vi atteggiate a sante dame di carità. Zitti dovreste stare e parlate a vanvera e lasciate che divampi il vostro moralismo, la vostra intransigenza malata di interessi.

Roberta Bontade ha detto: "Quando mio padre e mia madre furono uccisi avevo undici anni. Ho trascorso la mia vita nel segno della legalità e del rispetto degli altri. Mi sono impegnata nel volontariato, negli studi, nella crescita dei miei bambini. Sono una persona, non solo la figlia di un mafioso. Pretendo che mi si giudichi per quello che sono, non per come mi chiamo”. Sarà Vero? Nel dubbio converrebbe il silenzio. Certo - si dice - lei dovrebbe rinnegare in piazza suo padre. E' legge assoluta in termini di coerenza, di quella coerenza che è appuntata sul mantello bianco dei farisei.
Ma quanti di noi, già con le pietre in mano, saprebbero tirare fuori vita, amore e speranza da un passato di sangue e sbagli. Non è questa già una rottura, non è un terreno fertile? La figlia del boss non è una persona?


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