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Le parole che rimangono

La lezione del prof Ratzinger


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apostolato, messa, papa ratzinger, pastorale, professore, Cronaca
Papa Benedetto XVI ricorda un po’ quei vecchi professori di latino e greco a cui ci accostavamo un po’ timorosi, che leggevano pagine nella lingua di Cicerone con la naturalezza con la quale si legge un articolo di giornale, che durante gli anni di liceo ci parlavano di cose difficilissime da capire ma che poi, a distanza di tempo, tornavano con una inaspettata facilità nelle nostre menti. E quando concetti e lezioni ci tornavano in mente scattava un immediato sorriso di compiacimento e sulle labbra un muto “grazie”. Probabilmente sarà così per le parole che il Santo Padre ha pronunciato in una bella e luminosa giornata palermitana: sono parole profonde e misurate, spiegate pazientemente e destinate ad essere conservate e meditate a lungo per poterne cogliere la portata straordinaria. Chi è legato alla fisicità impetuosa e alla parola roboante di Giovanni Paolo II farà un po’ di difficoltà ad adattarsi a questo uomo così piccolo e fragile che con i suoi occhiali da professore di altri tempi pronuncia quasi come un Cristo giovanneo un “linguaggio duro” che in tanti forse non capiscono o meglio non vogliono capire.

Papa Benedetto è il pontefice che non cessa mai di richiamarsi ad un primato della fede e dell’interiorità che plasmano l’uomo e il mondo; non è un leader politico o sindacale che indica soluzioni per i problemi della nostra società ma è un uomo di fede che annuncia una salvezza che comincia nel cuore di ogni uomo. Ecco perché Papa Benedetto, come i discepoli della pagina evangelica, chiede al Cristo soprattutto per i palermitani ed i siciliani  di accrescere la fede, perché la fede è ciò che illumina la vita e che permette di guardare il mondo con occhi diversi ed anche di cambiarlo, di compiere per esso cose impensabili e straordinarie. 

 Ma la fede che addita il Pontefice è anche uno strumento efficace per riconoscere il Male. Questi sono tempi difficili per la nostra terra e per il mondo intero, sono tempi di violenza, iniquità e oppressione proprio come quelli del profeta Abacuc, ma proprio in questi tempi bui l’uomo di fede, il giusto, coltiva la speranza, testimonia l’amore e denuncia il male. Il Male in tutte le sue declinazioni viene quasi inaspettatamente evocato da Benedetto XVI nella splendente cornice di mare e cielo del Foro italico, un Male che per qualche ora sembrava avere abbandonato Palermo ma che non appena il Papa avrà lasciato la città si riapproprierà delle sue strade e dei suoi quartieri. Il Papa ricorda a tutti la sua inquietante e misteriosa presenza ed esorta, a vergognarsi di esso, a non confonderlo mai col Bene e a combatterlo con la forza dirompente del Vangelo.

Ed è a questo punto che il Pontefice cita don Pino Puglisi come autentico esempio di fede che si oppone al male, e la figura del piccolo prete palermitano diventa per tutti l’icona della piccolezza evangelica che abbatte col sorriso cristallino il Golia del Male.  Chissà quanto tempo ci vorrà perché le parole di Benedetto XVI penetrino nel nostro animo, forse proprio per questo lo stesso Papa ha chiesto ai suoi collaboratori di invitare la folla che era sul prato ad evitare applausi e cori da stadio e ad indugiare di più nel raccoglimento e nel silenzio.

Questa richiesta che il Papa attraverso il suo cerimoniale fa spesso nelle sue visite è forse una velata polemica verso una Chiesa fracassona, più brava nei grandi eventi che nell’evento della fede, che con i suoi piccoli Bertolaso organizza raduni, convegni e feste che neanche le grandi pop stars si sognano. Un amico, che è uno di quei socialisti d’una volta che credono in Dio ma sono anche dei gran mangiapreti, ha confessato pubblicamente il suo fastidio per questo tipo di manifestazioni e rimpiangeva “canti gregoriani, monaci con la barba e coltri fumose di incenso”.

Al di là del modo iperbolico di esprimere il suo malessere credo che egli abbia notato quello che forse solo gli animi più sensibili notano, cioè quello stridere tra la figura sobria del Papa, delle sue parole e delle sue liturgie con questi megaraduni dove la gente sempre più lontana dall’altare e in preda al caldo o alle piogge sembra la folla accorsa per un concerto e non per una celebrazione eucaristica, dove centinaia di preti anche loro lontani dall’altare partecipano al sacro rito con un  improbabile abbigliamento liturgico e il fedele telefonino pronto a catturare qualche immagine dello spettacolo proprio come se sul palco ci fosse Baglioni.

E che dire di autorità, politici e clerico-raccomandati che si accaparrano i primi posti in barba al famoso detto evangelico e che non sono neanche capaci, all’invito del diacono, di mettere da parte le beghe politiche e scambiarsi un segno di pace?  Palermo, la Sicilia e la Chiesa stessa probabilmente ci metteranno un po’ di tempo a comprendere ciò che questo Papa ha voluto comunicare in questa visita e durante questi suoi anni di pontificato o forse non lo capiranno per niente perché la sorte dei professori è questa: i frutti del duro lavoro fatto non hanno immediatezza, si vedono, se crescono, solo dopo e spesso non si raccolgono personalmente.


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