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Miccichè ha ragione

I giornalisti sputtanati


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Gianfranco Miccichè ha abbastanza ragione (non sull'argomento specifico della contesa, ché potrebbe avere torto, in generale). Ci sono giornalisti eroici, altri bravissimi, altri onesti. Ma ci sono giornalisti killer, in cerca di qualcuno da cuocere e spellare, altri millantatori, altri imprecisi, altri scorretti. Certo non sarà un caso: la categoria è notevolmente sputtanata. E non si adombri il lettore per il termine censurabile. E' che non me ne viene un altro che, giornalisticamente, possa descrivere l'abisso di sfiducia in cui siamo precipitati noi cronisti. Tutti: gli innocenti e i colpevoli. E' che pure noi non sappiamo essere categoria, come accade per i professori.  La descrizione dell'insieme è facilissima: quelli protetti dalla garanzia del posto fisso, con annessi e connessi, al massimo combattono per i buoni pasto, aspettando la pensione per dimenticare tutto. Gli altri, i precari, tentano di sfondare a cornate un portone irrimediabilmente chiuso. I più fortunati (?) sfruttano la scala del politico di turno per aggirare l'ostacolo. Gli leccheranno la mano per l'intera vita. E' bene che il lettore lo sappia, ma già lo sa: sono rari i casi di assunzioni e contratti senza raccomandazione politica. E' la classica situazione pasoliniana: conosciamo a memoria le storture del sistema, eppure in sede processuale non sapremmo produrre le prove di un vizio tanto radicato, quanto volatile.

E così, noi giornalisti, noi che cavalchiamo sui cavalli bianchi della presunta innocenza, noi che insegniamo la morale, noi siamo i primi compromessi, i primi soggetti immersi, spesso, in un contesto immorale. Per piacere, non guardate nelle nostre cucine. Potreste scegliere di non comprare il biglietto per l'ingresso al ristorante la prossima volta. C'è dunque il problema di fondo. Un mestiere che dovrebbe rappresentare il sano antidoto al potere, con esso è invischiato per necessità di desco o per pura protervia. Il giornalista servo al cospetto del suo sire è untuoso e affabile. Diventa un drago solo quando è d'uopo picchiare in testa i nemici del re. Ovviamente, siamo pronti a cambiare regno e cavallo, se paga e biada incontrano le aspettative. C'è poi il problema sollevato da Miccichè. A parte qualche raro e virtuoso caso, molte cronache, non solo politiche, si basano sulla superficialità. Raccontiamo storie inverosimili, sapendole tali. Purtroppo, siamo stati cresciuti alla scuola di ciò che fa notizia. E se c'è la notizia, la verità è un optional. Si sfasciano vite e destini in mille pezzi con i titoloni gridati? Che importa, al momento opportuno, un invisibile trafiletto sanerà lo scandalo, consolerà gli afflitti, pareggerà i conti.

Però ci sono pure quelli, Caro Miccichè, che non hanno mai baciato l'anello di nessuno. In grado di scrivere racconti sinceri e inattaccabili. Ognuno di loro è un lume acceso, un presidio minuto di civiltà. E' per questi esempi che molti di noi sono diventati giornalisti. E' per questo che, nonostante lo sputtanamento, tanti giovani in gamba continuano ad arruolarsi nella legione straniera della stampa, senza speranza di stipendio. Sono pazzi, forse? No, è che hanno letto, un giorno, una parola indimenticabile sul foglio di un giornale. E se la portano dentro, come un sogno, come una febbre, come una felicissima malattia.


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