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L'accordo e le reazioni

Pd, silenzi e mugugni
dopo il placet di Bersani

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antonello cracolici, giuseppe lupo, pd, pierluigi bersani, Politica
Il giorno dopo la benedizione di Pierluigi Bersani, dentro il Pd cala quasi del tutto il silenzio. Restano solo voci fuori dal partito, quelle dei partiti e partitini alla sinistra dei democratici, che gridano allo scandalo per l'accordo con Lombardo. Il redivivo Claudio Fava di Sinistra e libertà, ad esempio, parla di esperimento “stravagante e dannoso” e sentenzia: "Se il nuovo corso del Pd assomiglia all'inciucio siciliano benedetto in queste ore da Bersani, con il suo partito al governo della regione assieme a Lombardo, alla destra e all'Udc, credo proprio che siamo lontani dalla costruzione di una vera alternativa nel Paese". Si fa sentire anche il Pdci, con Orazio Licandro, che attacca: "Il Pd in soccorso di Lombardo rappresenta purtroppo l'ennesimo errore siciliano di un partito sempre più preda dell'oscuro miraggio del potere, che ne sta profondamente minando la sua credibilità".

Silenzio dall'interno del partito, invece, almeno per 24 ore. Alla vigilia del blitz romano di Giuseppe Lupo e Antonello Cracolici, una dozzina di deputati regionali aveva manifestato il suo malessere con una richiesta di convocazione del gruppo. Ma dopo il placet della segreteria nazionale, gli animi si sono calmati, o per lo meno ammutoliti, e in casa democrat si attende ora la prossima mossa di Lombardo, che stasera avrà un faccia a faccia pubblico con Lupo alla festa del partito a Palermo. La prima eccezione è rappresentata da un comunicato di Giovanni Burtone, Bernardo Mattarella e Bartolo Fazio, i "bindiani" siciliani da sempre avversi al patto con Lombardo, che scrivono: "Non ci risulta che Bersani abbia dato il via libera ad un sostegno al buio del Pd in Sicilia ad un governo del presidente, che non ha né un programma concordato né un accordo politico chiaro e definito tra i partiti”. Sarà, ma sul sostanziale via libera di Bersani, al di là delle virgole, c'è poco da interpretare. A mezzo pomeriggio batte un colpo anche Davide Faraone, chiedendo al Pd di dare ascolto alla gente e di dialogare con le altre forze della sinistra e con la società civile. In serata si fa sentire anche Elio Galvagno, sempre più lontano dal gruppo "Innovazioni", che chiede a Lombardo di uscire dall'ambiguità e di rompere con Berlusconi.

Il Pd ha nel governo uscente tre assessori “graditi”, Mario Centorrino, ritenuto vicino a Francantonio Genovese, Marco Venturi, vicino a Beppe Lumia, e Pier Carmelo Russo, accostato a Cracolici. Nel Lombardo quater c'è chi dice che gli assessori in quota democratica potrebbero salire a cinque, ma dentro il partito prevale l'idea di riuscure a ottenere solo un'altra poltrona. Per la quale è circolato il nome di Manlio Mele, politico degli anni '90 vicino a Nino Papania e a Massimo Russo. Ma le sue chances al momento, secondo i bene informati, sono in calo. Si parla anche di Elio Sanfilippo, della Legacoop, ma gli ex diessini a quel punto avrebbero un peso eccessivo nella giunta, sollecitando nuovi mal di pancia.

Sempre in tema di affari interni al Pd, ha un'eco locale il documento di Walter Veltroni che ha scosso gli animi nel partito a Roma. Veltroni ha fatto asse con uno dei leader degli ex popolari, Beppe Fioroni, a seguito del quale hanno sottoscritto il documento quattro parlamentari nazionali eletti in Sicilia, ossia Nino Papania, Francantonio Genovese, Daniela Cardinale e Benedetto Adragna. Nessun progetto di scissione, assicurano, anzi, la volontà di ricomporre l'area degli ex democristiani nel partito.


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