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Il Pd e i trasformismi siciliani

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corriere, gian antonio stella, pd
di GIAN ANTONIO STELLA (www.corriere.it) Fareste un governo con chi avete bollato come un uomo «temibilissimo perché ha costruito un sistema di potere clientelare spaventoso che ha riportato la Sicilia al Medioevo»? Eppure è quello che sta facendo il Pd isolano. Lo stesso che per arginare alle Regionali quel figuro dipinto come il peggio del peggio gli schierò contro Anna Finocchiaro, la «donna forte» della sinistra locale. Autrice, oggi silente, della dichiarazione di cui sopra. Oddio, non è che tutto il Pd sia d’accordo con questa scelta palermitana. Nella scia di Enzo Bianco e Rita Borsellino, che fu candidata dalla sinistra («currite, currite, cu Rita!») proprio come antitesi totale a un certo modo di far politica anche se poi vinse nella sola Enna del discusso Mirello Crisafulli, sarebbero diversi i deputati regionali col mal di pancia. Al punto che forse forse il pastrocchio «tecnico» potrebbe anche non passare.

Certo è che mai come oggi la Sicilia rappresenta la sintesi di tutti i paradossi, indigesti, di una certa politica italiana. Riassumendo: dopo essere stato candidato dalla destra che dopo tante batoste lui aveva «miracolosamente» salvato sulla trincea delle «comunali» a Catania del maggio 2005 e avere ottenuto una maggioranza straripante con 61 seggi contro 29, il governatore siculo si è via via liberato di governo in governo (è già al terzo e sta provando col quarto in due anni: evviva la stabilità) di quasi tutti gli alleati iniziali. Prima ha fatto fuori i cuffariani, fino a spingere il predecessore a bandire «un concorso di idee per l’abolizione della parola cuffarismo visto che il lombardismo è molto più clientelare». Poi ha liquidato i lealisti berlusconiani, spedendo all’opposizione il presidente del Senato Renato Schifani, il ministro della Giustizia Angelino Alfano e il coordinatore Giuseppe Castiglione poco entusiasti di lui. Infine, cercato l’appoggio dei finiani, dei rutelliani, dei democratici e di una fetta di casiniani, sta oggi sgravandosi dell’ultima «zavorra» pidiellina, il malpancista berlusconiano Gianfranco Miccichè.

Il tutto a distanza di poche ore dal momento in cui, con la solennità pensosa dello statista che ha a cuore le sorti della Patria, declinava ogni ipotesi di dar vita a un gruppo «di responsabilità nazionale» ma confermava al Cavaliere la piena e totale lealtà dei suoi 5 deputati e 4 senatori. Disponibili senz’altro a votare la fiducia a Montecitorio e a Palazzo Madama rafforzando a Roma il governo pidiellino- leghista di cui si è liberato a Palermo nel nome di una maggiore combattività nei confronti di un esecutivo troppo «nordista».

Un capolavoro da spregiudicato merlettaio della politique politicienne. Che dovrebbe aprire a sua volta spazi a una ricucitura tra gli stessi Cuffaro e Miccichè. Con la posa di una robusta «pietra sopra» su giudizi all’arsenico che l’uno aveva dato dell’altro. E tutto ciò fino al momento in cui, contro-ribaltando il ribaltone attuale, Lombardo non deciderà di traslocare di nuovo a destra (dove già sta non solo a Roma, ma in diverse giunte locali) per essere accolto, potete scommetterci, col vitello grasso che si riserva all’amatissimo figliol prodigo. Resta una sola domanda: ma i siciliani, che pure se li sono votati, si meritano tutto questo?


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