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L'imbarazzo di Confindustria

Silenzio, non si parla di Fiat

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confindustria, fiat, marchionne, Cronaca
di S.R.R. Silenzio, non parla Confindustria. Bocche cucite, serrate, quando al centro del discorso c’è la Fiat di Termini Imerese. Poche dichiarazioni dai vertici di Confindustria Sicilia e Palermo, qualcuna per salvare la faccia, non di più. Di Fiat non si parla, ma di soluzioni alternative al gruppo di Torino, di quello sì. Si preferisce puntare il dito contro il governo nazionale, che si è speso per Mirafiori e Pomigliano. Si preferisce parlare di un governo regionale “disattento” alla pesantezza dei processi autorizzativi per l’industria. Vietato concentrarsi a trattenere per le bretelle la casa automobilistica.  Eppure, la Sicilia, rischia di perdere un pezzo importante di industria che finora ha dato da mangiare ai metalmeccanici, alle loro famiglie e alle famiglie di chi ha investito nelle piccole imprese dell’indotto.

E gli industriali che fanno? Invece di convincere il Lingotto a restare su un territorio martoriato dalla disoccupazione e dalla desertificazione industriale, preferiscono non intromettersi. Anche se con un colpo di spugna potrebbe scomparire tutto, Fiat è un associato che va difeso nelle scelte, anche se dolorose. E se a Termini Imerese la sopravvivenza dello stabilimento è appesa a un filo di speranza, nel sistema confindustriale palermitano, la Fiat è già uscita. Nessun rappresentante del Gruppo figura nei posti di comando del direttivo e della giunta. Nemmeno una vicepresidenza. Lo sbaraccamento è totale.

“Confindustria fa gli interessi di Fiat – dice il presidente degli industriali palermitani, Alessandro Albanese -. Siamo una lobby. E’ compito di chi ci governa trovare le soluzioni. Sia chiaro, se Fiat dovesse andare via perderemmo un pezzo di cultura d’impresa e verrà mortificato il territorio, l’indotto. Ma se ha deciso di percorrere questa strada non saremo noi convincerla del contrario. L’associazione al compito di tutelare l’iscritto con il massimo della riservatezza e, se è il caso, del silenzio”.
Ma, se Fiat dovesse lasciare la Sicilia, come sarà il day-after? “Sarà difficile assorbire il colpo – continua Albanese -, ma noi puntiamo molto sullo sviluppo delle piccole e medie imprese”.

Albanese parla anche nella doppia veste di presidente dell’Asi di Palermo. Il consorzio di sviluppo industriale, che comprende anche l’area di Termini Imerese, fu parte in causa nel famoso piano A e B della Fiat di qualche anno fa. A quell’epoca, il managment di Torino aveva in mente di allargare i confini della fabbrica, ristrutturare e modernizzare le attrezzature. Non trovò mai nuovi terreni. Tutto abortì, forse non c’era nemmeno la volontà.
Ma torniamo allo sviluppo industriale del comprensorio palermitano. L’Asi cosa dice sulla polveriera Fiat?
“Ma se la Regione non ci ha mai invitati ai tavoli di concertazione – dice stizzito il presidente Albanese – Né il presidente Raffaele Lombardo né l’assessore Marco Venturi hanno ritenuto necessaria la nostra presenza. Eppure c’era molto da dire sulla possibilità di approvare una legge sulla sburocratizzazione per accelerare gli investimenti. I ritardi sono mostruosi”.

Roma, Sicilia e Palermo si muovono all’unisono. L’ordine di scuderia che arriva dalla sede di via dell’Astronomia è quello di non muovere un dito e lasciare ogni decisione alla casa torinese. E a chi punta i fari contro l’immobilismo degli industriali, anche per loro c’è una risposta.
Il presidente di Confindustria Sicilia, Ivan Lo Bello, ha una posizione netta in proposito, che non lascia dubbi: “Siamo per il salvataggio della vocazione industriale in quella parte di territorio – ci dice Lo Bello – ed è chiaro che la soluzione passa da una alternativa a Fiat”.
Secondo Lo Bello “è inutile rincorrere la decisione della casa torinese. L’idea di trattare su una posizione netta fa perdere solo tempo”. Beh, abbiamo capito che Confindustria è rimasta ai margini della infuocata discussione tra i lavoratori e la Fiat, e proprio Lo Bello lo ha fatto capire più volte non partecipando a diverse iniziative pubbliche organizzate dai sindacati delle tute blu.

Ma allora quali sono le soluzioni? “Noi crediamo piuttosto alle potenzialità del territorio – continua il presidente di Confindustria Sicilia -, a differire la produzione attraverso gruppi industriali alternativi a Fiat che possono investire da noi. Ma è necessario che la Regione intervenga per snellire la burocrazia, semplificare e rendere più trasparenti le procedure, raffozare gli organici negli assessorati strategici per lo sviluppo, cose che noi diciamo da tempo. La richiesta di creare una task-force all’interno della presidenza che coordini le attività degli assessorati è rimasta lettera morta.
Il sindacato ripone poca fiducia sulle sirene che arrivano dai gruppi industriali che apparecchierebbe volentieri la tavola nello stabilimento. Coreani, giapponesi, italiani. Fanno tutti paura. Per i rappresentanti dei lavoratori non c’è ancora un progetto credibile. Prima di trattare altre opzioni, Fiat dovrebbe fare un passo indietro. Ma il tempo stringe, e fra pochi giorni si conoscerà il destino della fabbrica di Termini Imerese. 2.500 metalmeccanici, molti di più se contiamo il personale impiegato nelle imprese che costituiscono l’indotto, si potrebbe trovare senza più uno straccio di occupazione. Donne e uomini che cercheranno con le unghie di conservare quel diritto così grande che è il lavoro. Gente che, se disperata, potrebbe essere preda facile della criminalità organizzata, sempre in cerca di manovalanza, quella stessa criminalità che gli industriali siciliani stanno contrastando con successo. Allora, questa guerra, in nome del lavoro, dello sviluppo e della legalità in Sicilia, è anche di Confindustria.


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