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L'ex capomafia agrigentino

Falsone non risponde ai pm

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arresto, domane, falsone, mafia, pm, sicilia, Cronaca
Era atteso  daquasi tre mesi, ma è durato solo una manciata di minuti. "Mi avvalgo della facoltà di non rispondere" è quanto si è limitato a dire Giuseppe Falsone ai giudici, che nel carcere di massima sicurezza di Novara, lo aspettavano per l'interrogatorio di garanzia. una risposta, quella del boss, che può voler dire tante e più cose. Sembra lontana l'ipotesi di un pentimento dell'ex capo di Cosa nostra agrigentina, che è stato latitante per oltre dieci anni, ed finito in manette il 25 giugno scorso, a Marsiglia. Del resto, Falsone, al momento dell'estradizione lo aveva già fatto intendere. Agli agenti del commissariato di Ventimiglia aveva detto laconico: "Ho una mia dignità". E il riferimento è sembrato palese a quanti, in Cosa nostra, dopo avere detenuto lo scettro di "capi del male", si erano poi convertiti "al bene", scegliendo la strada della collaborazione con la giustizia. Stamani, a Novara, per sentire Falsone, c'era il Gip del tribunale di Palermo, Silvana Saguto e i due pm, Fernando Asaro e Giusepp Fici, entrambi della Direzione investigativa antimafia della procura palermitana. Falsone ha anche incontrato per la prima volta il suo legale, l'avvocato Giovanni Castronovo. Per l'ex primula rossa di Campobello di Licata non era stato, finora, possibile avere un colloquio il suo difensore, per via del regime di isolamento, a cui è stato sottoposto al momento del rientro in Italia. Isolamento, come spiegano gli inquirenti, riconducibile all'ordinanza di custodia cautelare Apocalisse, l'ultima, in ordine di tempo, emessa a carico di "Linghi linghi". Proprio in merito ad Apocalisse, l'avvocato Castronovo sta valutando la possibilità di un ricorso al tribunale del riesame di Roma. Possibile ricorso in appello anche per quanto riguarda la sentenza Camaleonte, che ha condannato Falsone a ventidue anni e mezzo di carcere. Il lavoro a Castronovo non mancherà, a partire già da un procedimento per una complessa vicenda di mafia e racket, perpetrata ai danni di due grossi imprenditori della provincia agrigentina, a cui Falsone avrebbe imposto pressanti tangenti. E' già stato, invece, presentato il ricorso contro il regime di 41 bis, a cui è stato sottoposto il boss già all'indomani dall'estradizione. Lapidaria la motivazione: a firmare il carcere duro non è stato il guardasigilli Alfano, ma sottosegretario alla giustizia, Antonio Caliendo. Ora la lente d'ingrandimento è puntata sugli esiti della perizia tecnica dei computer e dei telefonini ritrovati nel covo di Marsiglia. L'esperto, nominato dal tribunale di Roma, il mese scorso, dovrà deliberare i risultati entro 24 settembre prossimo. Indiscrezioni riferiscono di una rubrica, dove Falsone avrebbe appuntato decine di contatti telefonici di mafiosi agrigentini.Gli inquirenti lavorano e ad Agrigento qualcuno sta già tremando.


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