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Travaglio a Palermo, il 9 a Villa Filippina

"Non lascio l'Italia a Bruno Vespa"


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borsellino, marco travaglio, stragi, villa filippina, Cronaca
Il vento violenta le voci, le distorce dentro i microfoni. Un palco alla Tonnara Bordonaro di Palermo. Ci sono Salvatore Borsellino, Marco Travaglio, Marco Lillo e Udo Gumpel, giornalista tedesco. Si parla di mafia, stragi, trattativa e di un dvd in edicola con “Il Fatto”.
Salvatore Borsellino racconta gli ultimi giorni di suo fratello Paolo. Racconta il passaggio del giudice, assassinato in via D’Amelio in quella terradi nessuno che non era più vita e non era ancora morte,  come un tramonto rosso sangue in lentissima crescita e dissolvenza. “Mio fratello – dice Salvatore – non accarezzava nemmeno più i suoi figli. Pensava che avrebbero sofferto di meno il distacco”. E’ questa la vera esecrazione del 19 luglio, perfino più orrenda dello schianto in via D’Amelio. L’attesa, il dissanguamento di un uomo, la sottrazione del respiro e del futuro, centimetro per centimetro. Paolo Borsellino non morì nella data segnata dai calendari. Era già cadavere. Arrivò all’appuntamento col tritolo della mafia scarnificato dalla mannaia del boia, torturato e ucciso.
E poi c’è Marco Travaglio, con la sua solita capacità ipnotica. Seduce la gente. Ha le antenne e la favella del grillo parlante e, nel rispetto del ruolo, c’è sempre qualcuno che vorrebbe schiacciarlo con un martello. “Del resto – dice lui – non c’era bisogno di aspettare la legge bavaglio.Il nostro è il Paese del bavaglio, anzi del bavaglino”.Fine della serata. Ressa intorno al cronista divo di “Anno Zero”. Libri da  firmare, mani da serrare. Travaglio sarà il 9 luglio a Villa Filippina col suo spettacolo “Promemoria”. Nella calca festosa che lo avvolge – c’è pure Gioacchino Genchi e da lontano spia la scena Philippe Daverio – c’è appena il tempo di qualche domanda con breve risposta.

La gente rimane colpita dal tuo racconto dell’Italia, dai particolari che noti e ricordi. Eppure per molti l'impronta delle cose e degli uomini è irrilevante. La retorica regna sovrana e la vera memoria infastidisce. Turba il festoso cordoglio di Capaci e via D’Amelio. Che razza di Paese è?
“Non si può tracciare un bilancio complessivo. Ci sono quelli che vogliono sapere e che vogliono ricordare. Ci sono quelli che vogliono girarsi dall’altra parte. Tutti hanno la possibilità di informarsi. Tutti possono scegliere di voltarsi e non guardare”.

Parlavi di Dell’Utri, poco fa. Miccichè ha sempre avuto parole di elogio per lui. Miccichè appoggia il governo Lombardo che si sostiene anche con i voti del Pd. A qualcuno parrebbero accostamenti insoliti.
“Berlusconi non regna per caso o per volontà divina. E’ lì grazie anche a questa opposizione. Forse un giorno avremo un’opposizione un po’ più decente, in Sicilia e altrove, e allora la storia sarà scritta in modo diverso”.

Oggi il cronista si occupa soprattutto di memoria.
"Noi raccontiamo il presente. Certo, il presente non si comprende, se non si conserva con chiarezza il passato.

E tu hai scritto una trama che si intitola “Promemoria”. Perché?
“Perché non volevo lasciare la narrazione dell’Italia di questi anni tutta nelle mani di Bruno Vespa”.

Davvero non c’è spazio per altro. Marco Travaglio è soffocato dalla calca che intende scattare foto, farsi firmare i libri, o scambiare due chiacchiere. Lui pazientemente si concede.
Più in là, Salvatore Borsellino si appoggia al palco. Il vento è forte. Salvatore sta male. Le parole con cui ha appena scosso la platea lo hanno prosciugato e annichilito. Hanno dipinto gli ultimi giorni di Paolo Borsellino che smise di accarezzare i suoi figli. Aveva la valigia pronta, il giudice, per via D'Amelio. La sua tenerezza di padre fu la prima vittima del viaggio.


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