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IL DOTTOR SOTTILE. Da "S", in edicola

L'ultima carta di Miccichè


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Quando questo governo arriverà al capolinea e Raffaele Lombardo sarà costretto a fare i conti col proprio passato, che ne sarà di tutti i grand commis da basso impero che lo hanno assistito e assecondato fino alla prostrazione, fino alla sudditanza? Che ne sarà di tutte le anime belle che gli hanno consentito di sfilacciare le regole della politica e di dare sempre più spazio a sovrastanti e campieri di quel suo feudo elettorale chiamato Mpa? Quale giudizio riserverà la storia ai moralisti da avanspettacolo che avrebbero dovuto vigilare su ogni abuso e si sono invece ritrovati, seduti e ben pasciuti, al banchetto dionisiaco dei privilegi e delle spartizioni; o agli ignavi, travestiti da tecnici, che avrebbero dovuto indignarsi per ogni scandalo e invece sono rimasti tranquillamente a godere di un potere insugherito, privo di ogni legittimazione popolare e di ogni respiro parlamentare?
Il primo pensiero va, com’è naturale, a Gianfranco Miccichè che pur di sostenere Lombardo e le sue acrobazie (tre governi in due anni) non ha esitato a spaccare il Popolo della Libertà e a mettere i propri uomini a servizio della “rivoluzione” con la quale “l’amico Raffaele” prometteva ai siciliani un futuro di benessere e civiltà, di pulizia e legalità: quasi il sol dell’avvenire. Certo, la scelta non nasceva da sprovvedutezza: Miccichè sapeva bene che lui – un gran borghese della politica, il fondatore di Forza Italia in Sicilia – stava per investire la propria esperienza e la propria credibilità su un personaggio il cui orizzonte, fino a quel momento, non era mai andato oltre l’amministrazione di una Provincia; e sapeva anche che “l’amico Raffaele” presentava purtroppo un cursus honorum costruito, voto dopo voto, sulla capacità di spaccare i partiti degli altri per accaparrarsi uomini e clientele. Però, quello che ha fatto doveva farlo; altrimenti Miccichè non sarebbe mai uscito dalla marginalità nella quale lo avevano relegato Angelino Alfano e Renato Schifani, col tacito assenso di Silvio Berlusconi. Solo che ora, dopo due anni di giravolte, di beffe e di arroganze, il bilancio è a dir poco disastroso: la Regione, come ha documentato la Banca d’Italia, è tornata ai parametri economici del 1945; i problemi si accatastano come cumuli di rifiuti maleodoranti; il governo è accerchiato quotidianamente da cortei di disperati che invocano assistenza e le parole che, fino a qualche mese fa, avevano ancora la capacità di accendere un’attenzione se non proprio una speranza, sono diventate puro esercizio di stile. Come i gargarismi antimafia di Lombardo che, da presidente della Regione, è finito puntualmente, alla stregua di un Cuffaro qualunque, sotto inchiesta per mafia.
Un bruttissimo colpo, non c’è che dire. La bandiera del sicilianismo onirico e taumaturgico si è afflosciata. Il sol dell’avvenire si è malinconicamente incenerito. Il condottiero è ansimante. Il campo di battaglia è un deserto di locuste. I pozzi della politica sono avvelenati e le comunicazioni interrotte: Palermo chiama ma Roma anche se risponde non ascolta: troppe offese, troppi sfregi ha ricevuto Berlusconi dal maggio dell’anno scorso quando Lombardo ha deciso di gettare a mare i lealisti del Pdl per imbarcare i naufraghi vaganti del Pd.
Che ne sarà di Miccichè? Può darsi che il problema della successione a palazzo d’Orleans si ponga fra qualche mese o fra qualche anno: molto dipenderà dalle decisioni che la procura di Catania finirà per adottare nei confronti di Raffaele Lombardo e del fratello Angelo, il più esposto dei due. Ma una cosa è certa: se Gianfranco il Ribelle vuole riconquistare la fiducia di Berlusconi e dei berlusconiani ha una sola possibilità di riparare all’errore: lasciare che l’errore affoghi. Da solo. Al più presto. Con tutte le sue miserie e le sue velleità. Forse è l'unico modo per salvare anche la Sicilia.


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