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Il nuovo numero di S in edicola

Il venditore di pensieri
Dieci domande su stragi e dintorni


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Qual è la parola che non cede alle passioni, ai gusti, ai progetti, insomma alla soggettività umana? La parola, l’ho già scritto su queste pagine, che è imprendibile come il mercurio di un termometro rotto, che raramente si lascia prendere e mai si lascia governare? La parola che indica questa forza estrema, dura e inebriante è: verità. Ha una concorrente, insinuante e perfida, che si definisce con una parola anch’essa poderosa per via dell’accento finale: realtà. E mentre vero è soltanto ciò che “è”, reale è ciò che conosciamo con i limiti della nostra soggettività. Un esempio per tutti: i cannoli di Totò Cuffaro. L’autorevole quotidiano che per primo ne pubblicò la foto descrisse una situazione (confermata dal fotografo) che non conteneva festeggiamenti. Poi partì la voce mendace: era beffardamente festa. E quasi nessuno, in buona o mala fede, fece più caso alla deformazione della verità. Era subentrata la realtà, con tutte le sue debolezze mistificatrici: Cuffaro festeggiava. E fu irrilevante che non fosse vero. Sul fronte giudiziario la verità si suole suddividere in tre aspetti: la verità virtuale, quella formale e quella sostanziale. La prima nasce dalle richieste dei pm, dal loro convincimento dopo le indagini. La seconda nasce, dopo il dibattimento, dal libero convincimento espresso formalmente in sentenza dai giudicanti. Infine la terza, che a volte coincide con una o con entrambe le altre due, ma che conosce “veramente” soltanto il protagonista dei fatti. L’argomento, complesso e qui necessariamente affrontato a volo d’uccello, spalanca però la porta ad una esigenza oggi attuabile perché gli scenari si sono dischiusi: chi sulle stragi sa, parli, non indugi, prenda coraggio e parli. C’è un elenco interminabile di domande a cui dovere dare risposte. Senza queste ultime, infatti, ciò che domani potrebbe venirci proposto come il vero continuerebbe, invece, ad essere poco stimabile. Eccone alcune, così come mi si affacciano alla memoria: a) chi ha fallito l’attentato dell’Addaura è, per logica razionale, il maggior indiziato di quello di Capaci. Anche se capisco di non potere ottenere oggi una risposta, è questa la pista privilegiata? b) se è questa, Falcone, in quanto a volontà omicida, non morì quindi nell’89? c) oggi si ritiene che all’Addaura i “buoni”, l’agente Agostino e l’ex agente Piazza, fossero sul gommone. Dove sono e quali conseguenze subiranno i testimoni che descrissero alla polizia i due come i killer? d) che fine hanno fatto i testimoni della morte definita ufficialmente “naturale” di Vito Ciancimino? Dice il figlio Massimo, descrivendo quella notte piena di interrogativi, che si trattava di due moldavi. E subito scomparsi perché? e) la pista insanguinata del tesoro (miliardi di dollari) del partito comunista sovietico fu collegata dal procuratore della federazione russa Valentin Stepankov alle stragi di Capaci e via D’Amelio. Qualcuno sta seguendo questa pista interrogando e investigando? f) si è indagato sino in fondo, ma proprio in fondo, sulla morte di Antonino Gioé, ufficialmente suicida, uno dei killer di Capaci? g) perché l’identikit di Provenzano, realizzato su indicazioni del suo braccio destro Giuffré (lui lo conosceva bene), era così profondamente difforme dal viso del vecchio boss catturato nella masseria di Corleone? h) le volte in cui si è raggiunta la prova che i collaboratori di giustizia avevano mentito, sono state loro inflitte le gravi sanzioni penali previste per il reato di calunnia? i) si è indagato sull’identità di tutti gli altri viaggiatori del volo in cui Giovanni Brusca sostenne, in un primo tempo, di avere viaggiato non per caso (poi si corresse: di caso s'era trattato) con l’onorevole Luciano Violante? l) vi sono altri possibili scenari di indagine per la morte di Mico Geraci, il sindacalista di Caccamo il cui misterioso assassinio è rimasto impunito?
Suppongo che mille altre domande potrebbero essere affiancate a queste poche elencate, pur con il doveroso rispetto verso il delicatissimo lavoro degli inquirenti. Le risposte saranno indispensabili a dare credibilità definitiva al nuovo e auspicato esito giudiziario sulle stragi. Spero, quindi, che qualcuno, che per comprensibile umana viltà o per un sui generis senso di appartenenza, forse senso dello Stato, ha sinora taciuto, voglia destarsi e dare una mano alla Verità.


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