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Lombardo e la sua antimafia tascabile


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Ricordate gli anni infelici e scellerati di Salvo Lima e Vito Ciancimino, quando la politica spalleggiava la mafia e la mafia spalleggiava la politica? Se un consigliere comunale o un segretario di partito si metteva di traverso, don Vito chiamava gli amici di Corleone e lo sventurato veniva immediatamente riportato alla ragione. Con o senza spargimento di sangue. Poi vennero gli anni, altrettanto torbidi, dell’antimafia chiodata. Ricordate Leoluca Orlando, il sindaco che voleva trasformare Palermo in un immenso Ucciardone? Se un poveraccio si azzardava a contrastare quella sua ascesa, senza freni e senza regole, lui lo segnava a dito come un fiancheggiatore delle cosche. E infine arrivò lui, Raffaele Lombardo, il più furbo di tutti. Più furbo anche di Totò Cuffaro, con il quale ha condiviso fortune politiche e pratiche di governo. Dopo avere costeggiato a lungo le praterie di amicizie pericolose e del clientelismo più spregiudicato - questo si legge nelle tremila e passa pagine consegnate dai Ros alla procura di Catania - il furbissimo Governatore della Sicilia ha pensato bene di entrare nel meraviglioso mondo dell’antimafia e di coniugare così il cuffarismo e l’orlandismo, l’occupazione millesimale del potere e la predicazione trombonesca della propria santità, l’avvelenamento sistematico di ogni partito alleato e la puntuale giaculatoria secondo la quale lui è il Bene mentre tutti gli altri incarnano il male. Un genio, don Raffaele. Aveva solo da risolvere un problemino: la sua storia personale, quella vissuta con rito catanese della raccomandazione, non gli avrebbe mai consentito di trovare un’antimafia che gli desse credito e credibilità. Allora lui ha aguzzato l’ingegno e si è costruita una sua antimafietta tascabile, simile a quello spray al peperoncino che certe vecchiette portano in tasca per spruzzarlo negli occhi dei malintenzionati.

E ne ha buttato di spray negli occhi dei siciliani l’Arcangelo di Grammichele. Però è stato anche un uomo concreto e perspicace. Talmente perspicace che, per costruirsi la sua immaginetta di cavaliere senza macchia in lotta contro le cosche, ha saputo subito individuare gli apostoli della sua nuova vita. Per primo ha chiamato accanto a sé Massimo Russo, un magistrato di tenace ambizione che, dopo alcuni processi finiti così così e una consulenza per Clemente Mastella, cercava – legittimamente, per carità – un suo spazio politico. E lo ha fatto sedere alla sua destra, come assessore alla Sanità. Certo, quando Lombardo è inciampato nell’inchiesta di Catania lui, Russo, ha dovuto fare la parte del magistrato antimafia che spalleggia l’indagato per mafia, ma che importa: non lo sanno pure le pietre che qui si fa tutto per amore della Sicilia e dei siciliani?

Visto il successo ottenuto con Russo, il furbissimo presidente della Regione non poteva non arricchire la sua antimafietta prêt-à-porter con le facce di altri eroi. Ed ecco Beppe Lumia. Il senatore ha già quattro legislature alle spalle e una ricandidatura nelle file del Pd sarà, al prossimo turno, pressochè impossibile. Lombardo, con il suo Mpa e le sue fantasticherie sul partito del Sud, si è presentato come un treno buono per ogni desiderio; e Lumia ha cominciato a giocarsi la faccia pur di trasformare il Pd siciliano nell’ultima, disperata stampella di un governo ormai in agonia. Certo, quando il presidente della Regione è finito sotto inchiesta, il più professionista dei professionisti dell’antimafia – così spietato sulle frequentazioni altrui – è stato costretto a inventarsi la teoria della frequentazione “consapevole”. E poiché la “consapevolezza” dell’indagato Lombardo si potrà accertare sì e no tra dieci anni, Lumia ha fatto comunque la sua opera buona e degna di riconoscenza. Sempre, va da sé, per il bene della Sicilia e dei siciliani.

L’antimafietta tascabile comprende anche una seconda fila. Dove siede, per esempio, Fabio Granata. Dopo 7 anni di convivenza con Cuffaro, ora sputacchiato come il reliquario di tutte le nefandezze, Granata, da assessore uscente, non è riuscito a recimolare nemmeno i voti necessari per farsi rieleggere all’Assemblea regionale. Preso in carico da Fini, è diventato comunque vice presidente della Commissione antimafia e in tale veste ha ritenuto anche lui doveroso spendere una parolina – di sano garantismo, ci mancherebbe altro – in difesa del presidente indagato per mafia. Certo, qualche mala lingua ricorda che una settimana prima Lombardo lo aveva nominato vice presidente di Cinesicilia, ma che importa? Lui può sempre sostenere di avere confuso Cinesicilia con l’Arena Tukory. O con l’Arena Lido, quella di Sferracavallo. Dov’è il conflitto d’interesse?


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