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Il carcere di Catania

Le pentole di Piazza Lanza


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, Cronaca
Mesi fa non dovette sembrare vero ai quasi cento boss arrestati dai  carabinieri siciliani. Neppure un carcere che li ospitasse, il che per un boss è quasi come un visto negato: un clandestino della giustizia. Dovettero vagare tutta una notte in giro tra i greppi di Sicilia per trovare un alloggio manco fossero falegnami che dovevano farsi censire. Uomini di “mala”, picari senza lode ma con molta infamia, una vittoria per la giustizia, un problema per le carceri. E così a pochi mesi di distanza da quell’episodio, la Sicilia come mezz’Italia, silenziosamente filtra dalle maglie di un setaccio i dispacci dalle case circondariali.
Solo la cera nelle orecchie impedisce d’ascoltare visto che a Catania dal carcere di Piazza Lanza, la protesta avanza a suon di pentole. Già: tegami e alluminio -ottone e chiave di do per chi sconta la pena- da giorni impediscono ai catanesi del quartiere di dormire. Sono 575 lì dove potrebbero starci in 252, 11 in una cella di 6, senza cure farmaceutiche adeguate, un’isola al quadrato nell’isola. Pure la polizia penitenziaria che all’umido e al puzzo di sentina è abituata, denuncia, attraverso una lettera al ministro della Gustizia la carenza di organico, il collasso del sistema penitenziario.
La tregua di guardia e ladri, o semplicemente una guerra perduta da ambo le
parti. Perché questi uomini che si dividono -in pochi metri quadrati e in
bracci- tra leggerezza del dovere e pesantezza della colpa sono cugini dello
stesso sonno, compagni sotto il cielo in una stessa tenda lacera e fredda.
E saranno scherzi di un architetto maldestro o forse le direttive di un piano
regolatore preciso e letterario, se questo fungo velenoso che è il carcere di
Piazza Lanza si trovi dietro lo stadio Massimino ed il Teatro Stabile della
città, proprio lì dove il catanese riversa l’acidità della settimana e sfida i
boati del vulcano o dove si eccita senza donna (come nei caffè di Brancati) e
si vezzeggia una fotografia di Ferro, di Spadaro consumandosi nell’illusione di
Catania città aperta.
Non c’è neppure l’arancio degli agrumi che colora invece il carcere Bicocca (quello minorile) e non sentono neppure i reattori degli aerei di Fontanarossa
che per un uomo colpevole sono come accenti di una lirica.
L’uomo che sconta la pena a Piazza Lanza è un prigioniero della vita impigliato come un’alice, costretto a vivere la sua e quella che ha strappato.
Sì, colpevole, ma la colpa può essere espiata solo da un uomo che vive e non da
un manichino che si trascina.
Un uomo malato è sempre uno schiavo della carne, un buco della coscienza una
lampadina fulminata dopo aver spento. Solo una mente altrettanto negletta può
dire: hanno il pane non gli basta?
Non può un fiammiferaio che amministra il fuoco (in questo caso il Ministro
della Giustizia) bruciare senza l’estintore e non ci sarebbe bilancia tarata  senza la compassione, senza un contrappasso di bene. Quindi sono come invitati  di un matrimonio questi uomini che tamburellano le posate, chiedono attenzione, alzano il dito se è vero che la giustizia è il matrimonio del tutto con la parte. 
Non si dorme a Catania da una settimana ed è un’insonnia salutare, la sveglia
della ragione e si tengono le piccole bajour accese perché la luce si fa avara
– amara l’anima.


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