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Gli agenti di polizia penitenziaria

"La situazione è insostenibile"


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, Cronaca
Calogero Navarra, segretario nazionale della Sicilia della SAPPE (Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria), ha parlato con Livesicilia della grave condizione in cui versano le carceri siciliane. Pochi giorni fa la SAPPE, il più importante sindacato di polizia penitenziaria a livello nazionale, in collaborazione con altri sindacati (CIGL-FP/PP, CISL-FNS, OSAPP, SINAPPE, UGL/PP, FSA-CNPP), si è sollevata in stato d’agitazione, inviando due documenti al ministro della Giustizia Angelino Alfano.

Signor Navarra, qual è la situazione delle carceri siciliane?
“Siamo al collasso, non riusciamo a reggere più la situazione. Siamo oberati di lavoro. Siamo fuori contesto, viviamo una situazione che è non è normale. Nelle carceri siciliane attualmente ci sono 8300/8400 detenuti, prima dell’Indulto eravamo in 6200. Gli istituti penitenziari in Sicilia hanno troppo utenza, siamo veramente in una situazione d’emergenza. Come sindacato, abbiamo prodotto due documenti insieme ad altre cinque sigle sindacali per evidenziare le problematiche siciliane, ma non abbiamo avuto ancora risposta. E’ una situazione insostenibile. Aumentano i detenuti ma diminuiscono gli agenti di polizia penitenziaria. Chi va in pensione, non è neanche ricambiato. Abbiamo denunciato i nostri disagi al Provveditore, ma non può far granché… Dovrebbe esserci una riforma dall’alto; purtroppo questa non arriva”.

Quali sono i maggiori problemi?
“Oltre al sovraffollamento, abbiamo grandi difficoltà a gestire tutti questi detenuti. La maggior parte, circa il 40%, sono extracomunitari, soprattutto provenienti dall’Africa settentrionale. Non riusciamo ad avere un dialogo con loro; non parlano la nostra lingua, non c’è comunicazione tra noi e loro. Sono ‘ingovernabili’, sono difficili da gestire, pensano solo ai loro vizi, ovvero il fumo. Non abbiamo neanche la possibilità di cambiarli di stanza, perché ogni volta ci sono problemi, risse e colluttazioni. C’è un clima costante di nervosismo e di tensione. Ci sono spesso aggressioni che il più delle volte nascono da incomprensioni. Proprio in settimana a Messina due assistenti capi della polizia penitenziaria sono stati aggrediti e sono finiti all’ospedale. Per uno sette giorni di prognosi, per l’altro cinque. E’ impossibile avere un confronto”.

Gli episodi di violenza sono quindi frequenti fra detenuti e polizia penitenziaria?
“Purtroppo sì. Ad Enna 15-20 giorni fa, ad Agrigento circa un mese e mezzo fa. La violenza è un dato di fatto nelle carceri siciliane. Per non parlare dei tentati suicidi… Proprio in questi giorni abbiamo salvato un detenuto intento ad impiccarsi. Spesso assistiamo a questi fenomeni di autolesionismo. Non riusciamo a farli ragionare perché pensano di non avere prospettive, non avendo sostentamenti economici. Ci sono fenomeni di disagio che non riusciamo ad affrontare, non ne abbiamo le forze e i mezzi”.

Il personale penitenziario come affronta questa situazione?
“Male. Il personale è ridotto al minimo. Aspettavamo il Piano Carceri, ma questo è stato bloccato dal Pacchetto della Protezione Civile. Non ci sono nuove assunzioni e molti di noi vanno in pensione, di conseguenza siamo pieni di lavoro, non riuscendo più a reggere la situazione. Facciamo sempre più spesso straordinari che non vengono retribuiti. I nostri turni di lavoro da otto ore sono diventati da nove e dieci ore, a volte anche undici. Aumentando poi l’utenza, noi della polizia penitenziaria siamo sempre più caricati di lavoro. Siamo obbligati agli straordinari non pagati… Non abbiamo neppure i soldi per la benzina dei mezzi di trasporto. Lavoro in questo ambiente da 32 anni e non si sono mai verificate cose del genere. Non ci viene neppure garantito il riposo settimanale. Dopo un turno di guardia di otto - nove ore, siamo costretti a rimontare poche ore dopo. Siamo stressati, in special modo il personale più anziano.  I più anziani non reggono a questo stress psicofisico, vanno in quiescenza. Non riescono a sopportare questi condizioni di lavoro e spesso sono costretti a chiedere certificati di malattia. Non lo fanno perché non vogliono lavorare, non riescono proprio a farcela. Non sono garantite le normali condizioni di lavoro”.

Avete prodotto insieme ad altre sigle sindacali dei documenti riguardo la difficile situazione delle carceri siciliane. Fiduciosi in qualche risposta dal ministro Alfano?
“Attendiamo risposte ma sappiamo che purtroppo non arriveranno. Il disagio delle carceri riguarda tutta l’Italia, c’è una diffusione a macchia di leopardo. Noi aspettiamo dei segnali, tra l’altro come sindacato non riusciamo a capire alcune cose della metodica seguita dal governo”.

Ad esempio?
“Nel carcere di Agrigento dovrebbe sorgere un nuovo padiglione, ma l’inizio dei lavori, previsto per aprile, è slittato per mancanza di fondi. Sono andato a Conegliano Veneto in provincia di Treviso e ho visto che c’è una fabbrica che produce i modulari di sessanta celle in 30 giorni al costo di 20 milioni di euro. Il governo attualmente spende invece 100 milioni di euro per la fabbricazione di nuovi posti letto. In un momento come questo dove c’è l’impellenza di posti letto, non capisco come mai il governo non si rivolga a questa fabbrica… C’è una metodica che fatichiamo a comprendere. Tra l’altro queste celle sono come le suite a tre stelle che si trovano nelle navi da crociera, quindi anche fatte con una certa qualità. Non riusciamo a comprendere alcune strategie ministeriali soprattutto in un momento di crisi e di necessità come questo. Il governo pensa invece alle carceri galleggianti".

Se le risposte da parte del ministero non arriveranno, come sindacato che siete pronti a fare?
“Lanceremo ancora segnali, non ci fermeremo sicuramente. Adopereremo tutti i nostri mezzi a disposizione, sempre nel rispetto delle regole e della democrazia. Lo sciopero poi potrebbe essere un’alternativa…”.


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