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L'enigma Massimo Ciancimino

"Palermo, scusami"
(ma c'è da credergli?)


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francesco la licata, massimo ciancimino, vito ciancimino, Cronaca
L'enigma Massimo Ciancimino è un groviglio di vicoli che non portano da nessuna parte. Strade fatte di ritratti contraddittori e di suoni appena intelleggibili. C'è il camminamento del suo viso. Pensi di giungere alla verità, scrutandolo con sufficiente acume, ai processi. Ma i lineamenti imbrogliano. Alle volte assumono una pensosa e dolente pacatezza con cui è semplice solidarizzare. Alle volte credi di intravvedere negli occhi il guizzo del mercante che sta soppesando il valore e il significato della merce da vendere. E la simpatia si scioglie.
Le parole sono il carico e i prodotti della fabbrica di presunte verità intestata a Massimo Ciancimino, Il sentiero di suoni e controsensi. La trazzera che ti fa cadere di mano lo svelamento del mistero, proprio quando sei convinto di averlo afferrato. Quelle parole hanno riempito dei libri. "Nel nome del padre" edito dalla Novantacento con tutti i verbali e poi "Don Vito", scritto con un fuoriclasse del giornalismo come Francesco La Licata. Ieri una presentazione. E il verbo cianciminiano si è levato ancora: ''Mio padre (l'ineffabile don Vito, ndr) non è morto di morte naturale. Dietro al suo decesso c'è qualcosa di strano e non sono solo mie deduzioni''. E ancora su un'intimidazione: ''Dei cinque proiettili che ho ricevuto, quattro erano per i magistrati della dda, uno per me. Ma nessuno ha espresso solidarietà ai pm perché nella vicenda ero coinvolto io. Questa volta i professionisti della solidarietà non si sono fatti sentire''. E ancora: "Non ho nessun problema a chiedere scusa a Palermo. Non ho neanche problemi a chiedere scusa ai miei famigliari se li ho feriti con il racconto fatto su mio padre. Ho iniziato un percorso".

Palermo non si fida mai della verità, non la accetta a cuor leggero e infatti ha preso abbagli clamorosi, nel suo frenetico interrogarsi sulla differenza tra bugia e realtà,  come quando scambiò velenosamente per messinscena l'atrocissima e concreta bomba all'Addaura contro Giovanni Falcone. Il gioco di specchi confonde, disperde. Palermo annusa con cautela questo rampollo allampanato che riferisce cose terribili, talmente terribili da doversi maneggiare con noncuranza esibita. Con chi stare? Con un vecchio proverbio turco: "La verità è una bugia non ancora scoperta"? O con Sciascia che, comunque, la verità la collocava in fondo al pozzo, oltre il sole e oltre la luna, per bocca del suo maggior filosofo, don Mariano Arena?
Palermo rincula, si sottrae al compito e alla scommessa.  Non vuole credere a un ritratto di se stessa e del mondo tanto oscuro.

E allora, forse, dovremmo cominciare ad accettare le scuse di Ciancimino, perché col suo specchio ci ha svelato almeno un lumino di orribile e maligna sincerità, un soprassalto elettrico che ferisce. C'è il riflesso di una città che, per insano principio, non vuole più specchiarsi nei suoi anni peggiori, che siano corrette o mendaci le ricostruzioni del figlio di don Vito. Il vetro che raddoppia le immagini ci mostra la paura nel maneggiare il passato. Sentiamo che è tutta una Cosa nostra, eppure ci raccontiamo la favola che non lo sia mai stata. E questa viltà abbiamo il coraggio di chiamarla prudenza.


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