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Igea in crisi, senza soldi, eppure...

Il pallone dell'altra Barcellona


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di CARMEO CARUSO I giocatori del Barcellona non sono arrivati a Milano, e se per questo neppure ad Aversa. I giocatori in questione sono sì di Barcellona, ma Pozzo di Gotto e non hanno un funambolo dalle osse gracili di nome Messi, tutt’al più un Salvatore Cocuzza, attaccante di paese.
Sono i gemelli poveri dei blaugrana, tanto poveri da essere sfrattati dalla casa, dall’albergo, dal pallone. L’Igea Virtus, squadra messinese di Barcellona è rimasta -dopo la retrocessione del Messina in serie D- l’unica formazione messinese che gareggia nel calcio professionistico: Lega Pro, che sarebbe alfabeticamente la serie C2 . Mentre i fratelli spagnoli raggiungono Milano con due autobus (si dichiarano stremati da questo viaggio imprevisto e faticoso, manco fossero venuti a piedi) e si giocano una semifinale di Champions, gli igeani che dovevano andare ad Aversa per una partita di cartello, hanno dovuto dormire in macchina perché da mesi la società non paga gli stipendi, e di sponsor nemmeno l’ombra, neanchè una società di espurgo pozzi neri che si contenda Cocuzza e la sua squadra.
Stanno quindi simpatici, questi licenziati del pallone, uomini con il vizio del calcio, mariti che prima d’allenarsi fanno la spesa, vanno a prendere i figli a scuola di danza. Perché se ce ne fosse bisogno ( e ce n’è) questi giocatori che dormono in macchina, si autotassano e rimettono parte del loro stipendio, sono i paladini di uno sport, la pubblicità progresso del calcio. La loro passione genuina sa di biologico come il pane artigianale e le conserve di pomodoro fatte in casa, rimandano alla provincia, alla domenica di paese con le paste per il pranzo e il giornale sottobraccio. A vederli sembrano irriducibili della Dc o del Pci che continuano ad aprire delle sezioni rimaste a Forlani a Pajetta, che ce l’hanno con i padroni in un mondo che non sa neppure dove stanno più i padroni.
Per chi il calcio lo consuma seduto in poltrona e si narcotizza con le pagine del televideo, con le gazzette delle squadre e rischia l’ischemia quando ascolta i telecronisti, il sonno di questi giocatori-camionisti che per giocare in trasferta si appisolano dietro i cespugli degli autogrill, è una boccata d’ossigeno in città, un carretto agghindato di piume lungo la tangenziale. Uno sport, un vizio, un motivo in più per far arrabbiare la ragazza e uno in meno per farsi prendere dalla malinconia della settimana, dal pensiero della rata da pagare, dai soldi che non bastano mai. Perché il calcio per tutti coloro che lo hanno dimenticato è il sasso lanciato quando imbronciati si andava a scuola, la palla di carta fatta durante la ricreazione, ha poco a che fare con i soldi, con le donne. Pure la guerra ha il calcio: quello delle pistole, ed è un po una guerra di cartapesta il calcio per gioco, una pistola di carne (la gamba) e un bossolo di aria come una mongolfiera (il pallone).
L’Igea Virtus come tante altre squadre di serie minore è  arrivata al capolinea economico, la stazione dove si ferma il treno per chi non ha biglietto, ma ai suoi giocatori si apriranno le porte dei vecchi Bar Sport quelli degli sportivi veri che come loro sorseggiano l’amaro Averna nell’epoca dei coktail.


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