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Buoni e cattivi

Libertà non è star sopra un albero
(e gli insegnanti non sono liberi)


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, Cronaca
di DANIELA VACCARO* Libertà è partecipazione, diceva Giorgio Gaber.
Ecco spiegato perché, nell’anno di grazia 2010, gli insegnanti non sono liberi.
La categoria a cui appartengo –  bistrattata, sottovalutata, sottopagata – ha però un immenso difetto, che la condanna: è disunita, partecipa poco, si informa ancora meno su quello che sulle sue spalle e alle sue spalle si va architettando.
C’è uno sciopero? La prima cosa che preoccupa la maggior parte degli insegnanti è comunicarlo agli studenti, in modo tale che sappiano che “non è garantito il regolare svolgimento delle lezioni”: quanto poi a partecipare effettivamente, perché mai, se gli studenti in quel giorno se ne rimarranno a casa e la giornata lavorativa sarà di tutto riposo? Ti levano i soldi dallo stipendio, se scioperi.
Quindi, a conti fatti, tranne che in singole occasioni di mobilitazione, com’è avvenuto il 31 ottobre del 2008, i nomi nella lista dei “cattivi” sono solo quelli dei precari e dei più giovani tra gli immessi in ruolo: guarda caso, i più poveri della categoria.
Capitolo 2, la riunione sindacale. Per legge, spettano agli insegnanti 10 ore l’anno per partecipare a riunioni sindacali. Di solito,la maggior parte degli insegnanti aderisce all’assemblea. Gli alunni vengono licenziati, perché non si può “garantire il regolare svolgimento delle lezioni” e gli insegnanti…gli insegnanti vanno a farsi la spesa, vanno dal parrucchiere o a casa. Solo pochi sfigati – e in questo caso la categoria comprende precari, neoimmessi in ruolo e vecchia guardia – partecipano all’assemblea.
Spesso il panorama è desolante: soprattutto quando l’assemblea è indetta nella tua stessa scuola e quindi l’insegnante non può avere neanche la legittima scusa di avere avuto difficoltà di spostamento. Quattro gatti che finiscono materialmente per parlarsi addosso, con la tangibile sensazione di essere esigua minoranza di una razza in via di estinzione. Tigri bianche. Speriamo che il WWF provveda a proteggerci.
Capitolo 3, la legge e gli insegnanti. Quasi nessuno di noi – e mi ci metto pure io – conosce le leggi che regolamentano il nostro lavoro, il nostro esistere come categoria, i nostri diritti. A dire il vero, molti di noi conoscono molto poco anche i loro doveri. Ancora meno conosciamo quello che si sta tramando alle nostre spalle: mai come in questo periodo, in cui è in atto un preciso disegno per distruggere la scuola pubblica fin dalle sue fondamenta.
Capitolo 4, l’aggiornamento personale e professionale. Entrata di ruolo, sono stata inviata in un paesino della provincia ennese. Viaggiando in treno ogni giorno, avevo accelerato notevolmente i miei ritmi di lettura. I colleghi si accorgevano in sala professori che – nell’arco di pochi giorni – avevo divorato 500 pagine come niente fosse. Chi commentava con ammirazione, chi con stupore, chi mi diceva – abominio! – che una volta leggeva, ma quando non aveva figli (universitari nel caso specifico, n.d.a.). La stessa collega – mi duole dirlo, insegnava la mia stessa disciplina – ogni volta che arrivavano a scuola inviti per corsi di aggiornamento, li girava a me e all’altra collega perché lei si era aggiornata quando era giovane. Ritengo che quanto riferito si commenti da sé.
Non bisogna lasciarsi prendere dallo sconforto, però. In ogni scuola ci sono un gruppo di insegnanti resistenti: diversi tra loro per età, conoscenze, attitudini. Basta guardarsi negli occhi e cercare di riconoscersi. E cercare di non costruire un muro che escluda i colleghi che non partecipano: forse hanno solo bisogno di qualcuno che li coinvolga. E ad ogni buon conto ricordiamoci che abbiamo il dovere della scemenza: chi ci ha già rinunciato e ci ride alle spalle forse è ancora più pazzo di noi.
 
*insegnante


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