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Impressioni dall'Aula

Il volto paonazzo di Raffaele


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ars, raffaele lombardo, Politica
Nomi non ne ha fatti, non apertamente. Appena qualche riferimento tra le righe,  brevi cenni polemici. E il sugo dell'attesa si è squagliato in un mormorio di delusione in sala stampa. Volevamo il sangue e il sangue non c'è stato. Tuttavia, Raffaele Lombardo si è esibito in un pezzo di bravura colossale. Alla Sicilia ha offerto per la prima volta il simulacro dolente e incazzato della sua umanità. Prendete e giudicate.  Bando all'era glaciale dei suoi comportamenti consueti, bando al ghiaccio, sì, il presidente si è infuocato, si è ravvivato, si è incavolato, appunto. I lineamenti hanno seguito la trama del copione scritto. Il colorito si è adeguato: rosso aragosta, rosso pompeiano e paonazzo da paura a far concorrenza alla tonalità scarlatta della cravatta presidenziale. Rosso semaforo, rosso Ferrari. Rosso, rosso, rosso. La voce si è modulata su frequenze mai udite in bocca a chi sussurra perfino le cattiverie. Squillo. Tono. Semitono. E ancora un sussurretto ripiegato in se stesso, in una partitura talmente intimista da lasciare colme di stupore le orecchie che udivano. E, infedeli, non credevano.  E il tremito delle mani, a tormentare i fogli, nei passaggi più critici. Mani che spiegazzano, che vibrano, che dirigono. Le facce meravigliate dalla platea degli onorevoli, quasi soggiogate da quel misto di oratoria e gestualità (infatti, nel dibattito,  ci hanno provato a diventare rosse come la sua, al massimo avvicinandosi di poco all'originale).
No, non ha fatto i nomi, ma Raffaele Lombardo ha fatto di più: si è (di)sciolto nell'acido della sua corrosione, nel cono di una dimensione personale di sofferenza e pathos che abbiamo accolto con lo stupore dei primitivi al cospetto del primo fuocherello dell'umanità.
Ma forse è stata soltanto l'ennesima prova d'attore.


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