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Io, Travaglio e la mafia


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Lui è quello delle «cattive frequentazioni» addebitate a Marco Travaglio, quello con cui divise una vacanza in Sicilia prima che l’arrestassero e poi condannassero per favoreggiamento. Non l’hanno condannato per mafia, però l’uomo che avrebbe favorito si chiama Michele Aiello, ex re delle cliniche, e lui sì, è stato condannato come prestanome di Bernardo Provenzano. È il maresciallo della Finanza Giuseppe Ciuro, detto Pippo: lui e il pm Antonio Ingroia, nei primi anni Duemila, dividevano la stanza dell’ufficio al secondo piano del palazzo di giustizia palermitano. Fu lui a indagare su Marcello Dell’Utri e sui finanziamenti Fininvest, fu lui che il 26 novembre 2002 compartecipò all’interrogatorio di Silvio Berlusconi a Palazzo Chigi dopo aver vergato un’informativa sul Cavaliere, e fu lui, pure, a deporre al processo Dell’Utri e a sostenere che un nipote di Tommaso Buscetta fosse stato socio di Fininvest. Ai tempi girava sotto scorta. E che destino, ora: addivenire a celebrità per via di un paio di vacanzine con Marco Travaglio, anzi «Marco», quel bravo ragazzo torinese che nel marzo 2001 aveva combinato un pasticcio alla trasmissione «Satyricon» di Daniele Luttazzi: Marcolino aveva rispolverato le accuse rivolte a Berlusconi e Dell’Utri quali «mandanti esterni» della strage di Capaci, anche se la Procura di Caltanissetta aveva fatto richiesta d’archiviazione un mese prima della trasmissione. E chi fornì il materiale per «L’odore dei soldi», che pure oggi è spazzatura? Tutta farina di Ciuro. Pippo aveva fatto il suo lavoro, Travaglio stava facendo il suo.

L’incontro
Io faccio il mio, e incontro Pippo Ciuro per puro caso: anche se non è un caso se sono a Palermo a passeggiare con un amico avvocato. È Ciuro a riconoscermi, mi dice addirittura che uno dei suoi figli mi legge sempre. E si chiacchiera. Non so neppure come arriviamo a parlare del generale Mario Mori e del Capitano Ultimo, alias Sergio De Caprio, l’uomo che arrestò Totò Riina.
«Sono due grandi, io lo so perché ho fatto le indagini, quindi lo so».
E allora perché li hanno messi in mezzo?
«La verità posso dirtela? È che volevano fottere Ingroia e Caselli, e io sono l’anello più piccolo di tutto questo marchingegno».
Non capisco neanche bene di che parla, ma questa non è un’intervista, Ciuro non ne rilascia mai. Questo è un colloquio rubato e registrato in piedi, per strada, alle 16 e 41 del 17 marzo.
Ingroia e Caselli però t'hanno mollato.
«Quando succede un casino del genere, e tu vieni messo all’angolo, prendi solo cazzotti. Se sei bravo esci alle lunghe, e io col passare del tempo ne sono sicuro che salterà fuori la verità. Ne sono veramente convinto... quand’era ora di andare a testimoniare, però, minchia, Pippo Ciuro andava bene per tutti... o quando c’era da andare a fare le cose più sporche, nel senso di andare a fare le indagini più complicate... Mi spedivano ovunque, in piena indagine sul covo di Riina, a sentire tutti... con ampia delega... ci sono i verbali...».
E perché ti avrebbero fatto fuori?
«Hanno voluto eliminarmi per qualcosa che devo aver fatto in buona fede, anzi ottima... non lo so, guarda, non l’ho ancora capito dopo 7 anni, te lo giuro sulla tomba dei miei genitori».

La condanna
Pippo Ciuro fu arrestato il 4 novembre 2003 per concorso esterno in associazione mafiosa più altri reati: con lui un altro maresciallo, Giorgio Riolo. I due furono accusati d’aver sistematicamente informato delle indagini il citato Michele Aiello, anch’egli arrestato, ex primo contribuente siciliano, fondatore e patron della mitica clinica Santa Teresa a Bagheria dove fu curato anche Bernardo Provenzano. Ciuro, che sino a tre mesi prima era in vacanza con Travaglio e Ingroia, sarà definito «figura estremamente compromessa col sistema criminale» prima di essere condannato in Appello a 4 anni e 8 mesi per favoreggiamento e violazione di segreti informatici. Le accuse più gravi sono cadute tutte. L’indagine era stata condotta dai pm Giuseppe Pignatone, Maurizio De Lucia, Michele Prestipino e Nino Di Matteo.
«Di Matteo... allora ti confido una cosa: nell’estate 2002 e 2003 c’era pure lui lì a farsi le vacanze. Non dormiva lì, ma veniva a mangiare a casa mia insieme a Ingroia e a Travaglio e a tutti gli altri... e faceva le indagini contro di me. Tanto per farti capire che bell’ambiente siamo».
Ma anche Ingroia, in vacanza con te, sapeva che eri indagato?
«No, Ingroia non è vero che lo sapeva».
L’ha scritto Travaglio: «Seppi da Ingroia che lui era al corrente delle indagini su Ciuro fin da prima dell’estate, ma che, d’intesa con il procuratore capo, aveva dovuto continuare a comportarsi con lui come se nulla fosse, per non destare sospetti».
«No, Ingroia non lo sapeva. Sai quando gliel’hanno detto? Tra luglio e agosto... vatti a vedere le carte. Andiamoci a pigliare un caffè».
Fa un freddo poco palermitano. Si chiacchiera di tutto un po’.
Appiccicarti l’amicizia con Aiello può essere servito a qualcuno?
«Michele Aiello, sino a quando è successo quello che è successo, era uno che i signori magistrati ci sono andati a cena, si sono fatti costruire le case, e quando lui aveva bisogno correvano. Ma non solo loro».
Gli accenno di quando Ingroia, che Ciuro chiamava «il Professore» o «il dottore», si fece ristrutturare da Aiello un vecchio casolare del padre, a Calatafimi.  Ingroia ne parlò al telefono con Aiello il 28 febbraio 2003, ore 9.36: discorsi su mattonelle, tramezzi e colori. Ingroia e D’Aiello cenarono anche assieme. Imbarazzante. Una vicenda poco approfondita, mi pare.
«E te lo sei chiesto perché? Ma non soltanto per la faccenda della casa di Ingroia, che è una minchiata. Il dottore Di Pisa: la casa gliel’ha costruita Aiello, gliel'ha ristrutturata... e ha pagato... anche a Paolo Giudice, oggi procuratore aggiunto, persona perbenissimo.... La domanda allora è: ma scusate, come vi rivolgete a uno, Aiello, che già dal 1996 compariva nei pizzini di Toto Riina? Ma nessuno niente sapeva?».
I magistrati credevano l’Aiello mafioso fosse un altro, un omonimo di Caltanissetta.
«E intanto l’altro, quello coimputato con me, continuava  fare la sua vita normale... ma tu l’hai vista mai la realtà che aveva costruito?»
Un centro medico all'avanguardia. Frequentato da tutti, magistrati compresi.
«La gente non aveva davvero bisogno di andare al Nord... vai a vederla adesso, la clinica, l’hanno distrutta... che schifo. La vuoi fare una bella indagine a Palermo? Allora vedi tutti i sequestri giudiziari in mano a chi sono... sempre gli stessi... Altro che Ciuro che faceva le ferie con Travaglio. Che poi, di quei giorni lì, sbagliano tutti l’anno. Giuseppe D’Avanzo ha scritto su Repubblica che nel 2002 io e Travaglio abbiamo fatto le vacanze insieme: ma Travaglio era all’Hotel Torre Artale, a Trabia, e io al residence Golden Hill... lui certo, è venuto ospite invitato da me, a pranzo o a cena, ma al Golden Hill in vacanza ci è venuto l’anno dopo, una decina di giorni in cui ci saremo visti in tutto tre volte, anche perché io la mattina me ne andavo a lavorare regolarmente come Ingroia, che era lì. Certo, eravamo tutti nello stesso residence e poi magari la sera ci vedevamo».

La querela
Più tardi, Pippo Ciuro mi invierà la querela che sporse contro D’Avanzo dopo l’articolo del 14 maggio 2008, quando mise in mezzo Travaglio e scrisse che il maresciallo aveva rivelato segreti utili a favorire la latitanza di Provenzano. E questo, in effetti, risulta falso. Nella querela, poi, si definisce pure falso che «il mafioso Aiello, per il tramite del suo complice Ciuro, avrebbe pagato il soggiorno a Trabia del Travaglio». Ipotesi che, va ripetuto, nessuno su Libero o sul Giornale ha mai scritto o minimamente creduto, e tantomeno ha scagliato contro Travaglio ad Annozero: epperò Marcolino non ha fatto che difendersi da un’accusa che nessuno, appunto, a parte D’Avanzo, gli aveva mai rivolto. Ed è giunto a scrivere, Travaglio, che dei colleghi come Maurizio Belpietro o Nicola Porro «sguazzano nella merda».
Allora la faccenda delle ferie pagate è una balla.
«È una minchiata di quelle grosse».
E perché l’avvocato di D’Aiello l’ha confermata?
«Ma no, ha smentito tutto».
Quando?
«Non mi ricordo, ma ha smentito. Ma poi: se c’era il regime di amministrazione controllata, come avrebbe potuto l’hotel emettere due fatture? Una l’ha esibita Travaglio, pagata con carta di credito, mi pare 5600 euro...».
Lascia stare. Una sola cosa mi ha sempre incuriosito: perché a Torre Artale Travaglio ha speso quella cifra mentre l’anno dopo, al residence con voi per dieci giorni, solo mille euro per quattro persone? Non è un po’ poco?
«Ma no, costa così. Torre Artale costava tanto perché è a cinque stelle».
Solo mille euro. Interessante.
«È un’oasi di pace, dovresti venirci».
Pippo Ciuro mi parla a lungo del suo caso giudiziario, mi svela retroscena inquietanti e risvolti anche intimi, familiari. Questo è un colloquio rubato e perciò non ne parlerò: quando vorrà, lo farà lui.
«Se io esplodo ne ho per tutti, altro che bomba atomica. Qualcuno mi ha anche chiesto: siccome conoscevi i cazzi di tutti, perché non ti sei difeso attaccando? Ma io mi devo difendere solo per quello di cui sono accusato. La mia salvezza è che da questo D’Aiello io non ho mai preso neanche una lira... la prima volta che sento Marco però glielo voglio dire: la vogliamo organizzare una bella trasmissione? Però si dovrebbero scagliare contro certi giudici...».
Sì, buonanotte. Ma il rapporto con Travaglio è rimasto buono? Vi siete più sentiti?
«No, non... forse una volta sola».
Si chiacchiera ancora del suo caso, di ristoranti, di cannoli, di cassate, di giornalisti.
«Io li rispetto molto, i giornalisti. Me li ricordo che venivano sempre lì, che uscivano tutte le notizie sottobanco... perché escono tutte di lì, eh? È inutile ci prendiamo per il culo».
Si parla di intercettazioni. Dell’inchiesta di Trani.
«Ma per favore, ma quali talpe... ma da dove volete che uscissero le notizie, scusa? Guarda, se volessero non avrebbero bisogno di intervenire sulle intercettazioni: basta che nel decreto scrivi chi sono i responsabili delle intercettazioni, come si faceva una volta. I nostri capitani o colonnelli ci dicevano: tu e tu siete responsabili delle intercettazioni. Facevano un ordine di servizio. E se usciva una notizia ti facevano un culo così. Caso strano, le intercettazioni non uscivano mai... C’erano tuoi colleghi che mi mandavano i pezzi e mi chiedevano: sono giusti? A una donna, una cretina sgrammaticata, glielo riscrissi tutto... È una categoria, la tua... Quando ho testimoniato al processo Dell’Utri, minchia, ce ne fosse stato uno che ha scritto le cose per come erano andate...».
E i magistrati?
«Hanno bisogno delle prime pagine, sennò non possono vivere... stanno male».
Tu davi le notizie a Travaglio?
«No, assolutamente... a me nessuno mi ha mai usato. Quando lui voleva qualcosa telefonava a Ingroia. Comunque diglielo, al tuo direttore: state tranquilli, Travaglio non mi frequentava... Io poi, per voi,  non sono un nemico, tu magari mi consideri un nemico, ma anzi... io compravo Libero, Il Giornale...».
Ecco perché ti hanno messo dentro. Sono prove a carico.

(tratto da http://libero-news.it)


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