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E' il momento di prendere una decisione

Ma è ancora un partito?


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Maurizio Migliavacca

Maurizio Migliavacca



Nel dibattito lacerante che si è aperto nel Partito Democratico, più o meno commissariato, più o meno autonomo, vi sono alcune questioni che meritano qualche riflessione. Intanto questa storia delle riforme. Da che mondo è mondo, le opposizioni presenti nelle aule parlamentari dialogano con le maggioranze e cercano di inserirsi per migliorare, dal loro punto di vista, i testi che passano all’esame delle assemblee elettive. Che il Pd siciliano abbia avuto bisogno di un congresso per stabilire quella che è, ci scuseranno, una banalità, possiamo registrarla come un frutto di questa incerta stagione politica regionale, ma non aggiunge nulla a quanto si sapeva già. Un altro aspetto riguarda la votazione, o meno, del bilancio regionale per l’anno 2010, che giungerà, e ciò non è segno di buona politica, in estremo ritardo. Il bilancio è un provvedimento che attiene, o atterrebbe, visto che non c’è più, alla maggioranza uscita dalle urne regionali nel 2008. La minoranza può inserire aspetti migliorativi, e si è sempre fatto, anche in tal caso si scopre l'acqua calda. Ma se vota in blocco il provvedimento, è chiaro che si autodenuncia come maggioranza. C’è poco da discutere. Anzi, l’approvazione della legge di bilancio è più pregnante, da un punto di vista politico, di un eventuale ingresso in giunta. Cosa che peraltro, è inutile giocare con le parole e con i fatti che abbiamo dinanzi, è già avvenuta.
Sul bilancio, poi, è abbastanza vano dire che si voterebbe solo se contenesse “innovazione e sviluppo”. Avete mai visto un partito che affermi che il bilancio appena approvato ha in se “vecchiume e sottosviluppo”? Innovazione e sviluppo sono le parole più vecchie e abusate del vocabolario politico. I democristiani ci facevano colazione, pranzo e cena. E, quando avevano più fame, anche lo spuntino notturno. Su riforme e bilancio, l’incontro al calor bianco con l’inviato da Roma niente poteva aggiungere e niente ha aggiunto. Per dirla tutta, anche il mandare qualcuno da Roma, che deve mediare e concludere, è un rito della prima repubblica che ormai è tempo, con tutto il rispetto, di mandare in soffitta. Una liturgia che obbedisce a regole novecentesche, cadute e sepolte insieme al muro di Berlino. E’ il partito siciliano, i suoi dirigenti, gli iscritti, quella che molto retoricamente si chiama base, che deve decidere sul da farsi. Cercando di interpretare le speranze e gli intendimenti del corpo elettorale di fede democratica. Magari cercando di non disperdere gli elettori che già ci sono e tentando di conquistarne degli altri. Ma quello democratico è un partito o un insieme di persone, uomini e donne, che coltivano ognuno una propria prospettiva della politica e della Sicilia? E’ una domanda alla quale è venuto il tempo di dare qualche risposta. Perché vanno bene il dibattito interno, la democrazia, il discutere sino a sfinirsi. Va bene anche che ormai i partiti sono passati dalla fase solida della nostra infanzia a quella liquida della nostra maturità. Tuttavia, liquidità, elasticità, non vogliono affatto dire scomparsa di scelte e responsabilità univoche e chiare. Alla fine, soprattutto in frangenti delicati come quello che sta vivendo la nostra regione, un partito deve potersi, e sapersi, esprimere, in forma unitaria, con parole chiare e comprensibili. Nel nuovo testamento c’è scritto “il vostro parlare sia sì, sì, no, no”. Nessuno pretende questa nettezza evangelica, ma nemmeno si può sostenere come azione politica la torre di Babele veterotestamentaria, dove ognuno parla una lingua compresa solo dai discepoli più affezionati. Né si può accettare che una formazione politica sia l’espressione di una serie di associazioni, fondazioni e via discorrendo, che dall’esterno si sostituiscono alle vecchie correnti di un tempo. Nemmeno è concepibile che si voglia, all’infinito, stare con un piede dentro e uno fuori. Chi deve decidersi si decida e dia il suo prezioso contributo partecipando in pieno alla vita dei democratici. Non vorremmo che il termine partito, più che indicare un’unità politica, si declini sempre più nella sua accezione verbale. Partito in senso di andato, non ancora arrivato, in ritardo, fermo chissà in quale stazione. Si decidano i democratici e ci facciano sapere. Si chiudano in una stanza e poi informino tutti noi quale direzione vogliono prendere. O l’una o l‘altra. Tertium non datur.


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