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Il personaggio rosanero

Dellafiore, l'uomo invisibile


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Pablo Hernan Dellafiore non meriterebbe il destino d'invisibilità che lo segue come un'ombra. Anzi, lui stesso è un'ombra, in marcatura a uomo al sogno di diventare, un giorno, uno che non si dimentica.

E sì che le qualità tecniche e atletiche non mancherebbero, per approdare a una solida carriera. Ma che può farci il povero Hernan, se gli sbagliano pure il ruolo o se, magari, lo scrivono giusto, lasciando gli altri nel limbo lessicale dell'equivoco. Per esempio, dice di lui la simpaticissima Wikipedia siciliana: “E' nu jucaturi di pallini argintinu, naturalizzatu talianu, ca joca comu paraturi nnù Us Palermu”. Ora, per chissà quali complicati meandri “Paraturi” vorrà pure dire difensore. Però, a prima vista, un ignaro lettore potrebbe pensare che il bravo Hernan sia un portiere e confonderlo con Ujkani.
La Wikipedia italiana e globalizzata ricostruisce la carriera con dovizia, compendiando quello che già si sapeva. Pablo nacque in Argentina da genitori italiani trasferiti poi in Italia quando aveva solo quattro anni. Fu condotto nel Belpaese dall'Inter e qui – dopo avere eseguito il praticantato degli esordienti - completò la trafila delle squadre giovanili. 2004-2005, da segnare in rosso l'anno delle promesse che sbocciano. Pablo assaggia il campo in nerazzurro contro l'Anderlecht nella Coppa dei sogni e delle grandi orecchie. Sembrerebbe l'inizio di un radioso avvenire, invece tutto cambia sul sentiero di una infinita e mai compiuta maturazione. Cessione allo Spezia in serie C1, tredici presenze e ritorno all'Inter. Prestito al Treviso neopromosso, esordio proprio contro i “papà” dell'Inter e sconfitta per tre a zero. Ventidue presenze – recitano gli almanacchi – e un gol festeggiati con la retrocessione in B. Approda in rosanero sulla scorta dell'affare Grosso, sette partite e debutto in Uefa. Segue il prestito a Torino. Segue il rientro a Palermo. Segue...
Sì, un invisibile. Un precario alla catena di montaggio dell'area di rigore. Talmente trasparente da confondere perfino i direttori di gara in un episodio a metà tra l'imbarazzante e il gustoso. Una domenica Hernan va all'Olimpico di Roma col Palermo e perde quattro a uno. L'arbitro Celi lo ammonisce per due volte e si dimentica il rosso nel taschino. Proprio un invisibile. Chissà se domani – nella tramatura di tribuna e panchina – ci sarà uno spazio anche per Pablo Hernan contro i nerazzurri, sperando che la disfida finisca diversamente dalla scoppola col Treviso. Chissà se il nostro guarderà tutta la partita con la pettorina delle riserve. Sarebbe bello entrare e segnare un golletto di tibia, di nuca o di naso, per aggiornare gli almanacchi. Per provare l'ebbrezza delle luci dei riflettori che volteggiano e abbagliano. Per un giro di campo a braccia alzate. Non più invisibile, ma almeno un'ombra in carne ed ossa. Per dire al mondo che Pablo è vivo.


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