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Il personaggio rossazzurro

L’Uomo Ragno è uno, nessuno e centomila


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Chi è l’allenatore del Catania? Walter Zenga, classe 1960, uno, nessuno e centomila. Tra gli anni Ottanta e i Novanta numero uno al mondo dei portieri. Poi signor nessuno alla fine della carriera di calciatore e all’inizio di quella da tecnico. E, infine, campione di gavetta, con centomila identità indossate in campo e fuori, con la naturalezza degli attori più consumati e la voglia di spaccare il mondo per dimostrare di valere. Una scommessa vinta.

Ha incarnato per anni l’Inter, club che sogna di allenare. Walter era un mezzo bullo di viale Ungheria, capelli a caschetto e ciuffo sull’occhio, catenina fuori dalla maglietta e gomma da masticare. La Beneamata gli fa girare qualche provincia, lui si consacra a San Benedetto, dove con Sonetti passa dalla quasi rissa all’idillio perfetto. Per Zenga anche un idillio fuori dal campo con miss Marche, Elvira Carfagna, che sposa, di lì a poco nasce il figlio Jacopo. All’Inter è l’erede di Ivano Bordon, diventa uno dei simboli della Milano da bere degli anni Ottanta, lavora anche in radio e in tv: su Deejay è il partner di Amadeus per “Disco Sport”, su Odeon conduce il programma sportivo “Forza Italia”. In azzurro vince la rivalità con lo juventino Stefano Tacconi, a livello planetario si confronta con il sovietico Rinat Dasaev. Nei migliori anni della sua vita è la bandiera dell’Inter assieme allo “Zio” Bergomi. Vince uno scudetto (1989), una Supercoppa italiana (1989) e due Uefa (1991 e 1994), in nerazzurro gioca 387 partite. Più o meno, secondo i maligni, quante le sue conquiste femminili in una tumultuosa giostra sentimentale: un breve flirt con la procace Marina Perzy gli fa perdere – Zenga si rende irreperibile per due giorni – la chiamata in nazionale di Bearzot; dalle seconde nozze, cinque anni con la conduttrice tv Roberta Termali, nasceranno altri due figli, Nicolò e Andrea; poi Hoara Borselli, valletta di Bonolis, ora attrice di soap, gli fa perdere la testa, ma la storia si esaurisce dopo sei anni di alti e bassi; la ritrovata serenità coincide con le ultime nozze, nel 2005 con la romena Raluca Rebedea.

Gli segna la carriera una maledetta uscita – non il suo forte – nella semifinale di Italia ’90 con l’Argentina. Regala a Caniggia il gol che spedì i sudamericani in finale. Da lì in avanti la parabola discendente. I tifosi lo fanno piangere l’8 febbraio 1994, quasi lo aggrediscono. Lui li definisce “ingrati” in una lettera pubblica letta dalla moglie Roberta Termali in tv. La pace scoppia troppo tardi, a maggio, quando con le sue parate contro il Salisburgo consegna l’Uefa all’Inter. Ma è tutto deciso, Ottavio Bianchi lo fa fuori, lui finisce alla Samp in cambio di Pagliuca, suo erede anche in nazionale. Sacchi non lo convoca più, lui sconsolato canticchia ai cronisti “Hanno ucciso l’uomo ragno”, per dire come si sentiva… Ricomincia dopo un intervento ai legamenti crociati di un ginocchio. Va al Padova in B, rescinde e vola a Boston, dove finisce di giocare e inizia il mestiere in panchina, nei New England Revolution. Sta lontano dal calcio italiano, che definì “maleducato”: gli insulti lo seguivano quasi in ogni stadio, i cori che gli ricordavano l’errore con l’Argentina. Dopo l’esperienza a stelle e strisce riattraversa l’Oceano. Per fare tutto e il contrario di tutto. Fa il “postino” per la De Filippi a Canale 5. Con un amico, Franco Maggiorelli, apre un ristorante a Santo Domingo. Allena la terza squadra di Milano, il Brera in serie D, con scarsa fortuna: 7 punti in 9 gare, espulsione e squalifica dopo la prima partita, poi una seconda squalifica e le dimissioni. Pensa di accantonare i sogni. Prepara progetti per cinema e tv, collabora col settore marketing dell’Inter, fa comparsate a “Per tutta la vita” e a “Quelli che il calcio”. È perfino d’accordo con la De Filippi per fare la preda a “Uomini e donne” quando arriva l’occasione di allenare in Romania. Da allora non ha più smesso. Fa lo zingaro vincente. Inizia con il National Bucarest, con cui arriva ottavo e perde la finale della coppa nazionale. Due stagioni dopo va alla Steaua, la squadra vince un campionato che Zenga sente pienamente suo, nonostante l’esonero a poche giornate dalla fine quando era in testa. Si trasferisce alla Stella Rossa Belgrado e fa subito “double”, vincendo il campionato e la coppa serba. Il passo successivo è un club turco di media classifica, il Gaziantepspor, abbandonato pagando una penale dopo 6 mesi, per firmare, nel gennaio 2007, un ricco contratto con l’Al Ain, club degli Emirati Arabi. Passano altri sei mesi per l’eterno ritorno in Romania, si accorda con la Dinamo Bucarest, ma si dimette dopo sessanta giorni di risultati non esaltanti e pesanti critiche della tifoseria. Torna in Italia, dove qualcuno si accorge di lui. Pulvirenti lo chiama al posto di Baldini e lui contribuisce alla salvezza del Catania. Si guadagna la stima dei colleghi e il rispetto di tanti. Gli eccessi sono sbiaditi, in superficie restano il suo volto pacato e riflessivo, la compostezza. “Sbrocca” solo una volta, contro il Palermo. Niente fair-play l’anno scorso al Barbera, dopo la gara persa per una prodezza di Miccoli, anzi una risposta avvelenata alle dichiarazioni della vigilia del rosanero Rinaudo (“Se vinciamo stampo il risultato sul cofano della mia auto e faccio il giro della città. Vorrei che il Catania retrocedesse”). “Bisognerebbe fare le interviste – asserisce l’Uomo Ragno – a chi ha cervello. Ho quarantotto anni e non posso accettare che un bambino di venti possa dire cose simili. Ci sono persone che sono uomini e altre che nasceranno domani. Esigo rispetto”.


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